Le fondamenta della Finanza etica

di Fabio Salviato

Da almeno una decina d’anni è entrato nel lessico economico il concetto di Finanza etica, ossia di una finanza attenta affinché il denaro sia al servizio della persona e non viceversa. Questa concezione è sempre stata presente, cioè storicamente la finanza ha sempre cercato di essere, al servizio, di dare una risposta ai bisogni espressi da persone o imprese, in fin dei conti dare credito significa dare fiducia.

L’applicazione dei concetti di un “ sano comportamento” nel campo della finanza si fa risalire nel 1760 a John Wesley, fondatore della Chiesa Metodista, che sosteneva fortemente di legare l’etica e la finanza ritenendo che gli investitori non dovessero agire come proprietari bensì come custodi di beni di loro proprietà, senza creare ricchezza a scapito del loro prossimo.

Da allora la Finanza etica si è diffusa e consolidata su due linee di azione: la gestione di attività finanziarie sui mercati (di solito tramite i fondi comuni d’investimento) e, l’attività di intermediazione bancaria. La prima è basata sulla discriminazione etica tra attività finanziarie considerate lecite o illecite: vengono individuati una serie di criteri considerati negativi ( armamenti, alcol, tabacco, energia nucleare ecc…), altri considerati positivi ( partecipazione democratica dei lavoratori, rispetto dell’ambiente ecc…) e in questa maniera vengono selezionate imprese quotate nelle borse di tutto il mondo, cercando di individuare le più virtuose ed investire su quelle.

La seconda mira all’attività bancaria tipica, cercando di venire sia incontro alle esigenze dei depositanti per la gestione dei loro risparmi, cercando di selezionare organizzazioni che si possano considerare meritevoli, anche in questo caso utilizzando dei criteri quali imprese che operano nei settori della cooperazione sociale, della cooperazione Internazionale, dell’associazionismo, della difesa e tutela dell’ambiente.

Di conseguenza il fine della Finanza etica è un’attività in cui il denaro è uno strumento diretto, verificabile e al servizio di pratiche economiche che tendono essenzialmente non ad una crescita neutra e/o asettica dell’utile derivante da attività finanziarie (interessi, dividendi, capital gain ed altro) ma, sebbene non rinunciando ad un onesto guadagno, ad una crescita socio/economica a favore degli stessi soggetti economici che vivono e lavorano in un territorio, cercando risultati che possano “mettere assieme” una giusta redditività, nell’ambito di un sostegno ad un sistema di imprese ed organizzazioni produttrici di “bene sociale”.

In questi ultimi anni il termine “etico” viene molto utilizzato perché molti sondaggi indicano che il risparmiatore, ma anche il consumatore, hanno una forte richiesta di “etica”, quasi si trattasse di una materia prima “poco disponibile” sul mercato. Lo spazio che la Finanza etica si è conquistato, anche se nei numeri è ancora limitato, nel gradimento e quindi nelle potenzialità, presenta opportunità di crescita estremamente elevata.

Per capirne le dimensioni ecco alcuni dati. Al 30.06.2010 i fondi comuni etici in Europa erano 879 con una raccolta che ammontava a 75 miliardi di euro. La Francia è il primo Paese in Europa, al secondo posto il Regno Unito e Svizzera, l’Italia detiene il 3% con 2,3 miliardi (Etica sgr, del gruppo Banca Popolare Etica, in Italia detiene circa il 50% del mercato). Le Banche Etiche in Europa sono circa una ventina, con una raccolta che supera i 25 miliardi di euro e sono associate a Febea ( Società Europea delle Banche Etiche ed Alternative).

6 giugno 2011

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