Le religiose al Cie di Ponte Galeria

Suore di diverse congregazioni portano sostegno nel Centro di identificazione ed espulsione, tra emarginati e vittime della tratta di Laura Badaracchi

Domenica la Giornata delle claustrali

Si ritrovano alla fermata Magliana della metro B ogni sabato pomeriggio, ormai da sette anni. Partono dalle loro case generalizie, dalle comunità o dalle case famiglia, formando un gruppo eterogeneo per età e nazionalità; alcune hanno imparato una lingua straniera vivendo per anni in missione. Oltre una quindicina di suore, di congregazioni differenti, salgono tutte sul treno che le porterà al Centro di identificazione ed espulsione (Cie) di Ponte Galeria, che ha una capienza di 364 persone.

La cronaca ne parla quando si verificano tensioni; poi cade il silenzio su chi lì dentro sta per mesi. Secondo i dati di fine ottobre, i detenuti sono 69 uomini (l’ala maschile è in ristrutturazione) e 136 donne, provenienti soprattutto da Nigeria e Africa sub-sahariana, Europa dell’Est, Paesi dell’ex Unione sovietica, Cina e Mongolia, America Latina. Cosa fa un gruppetto di religiose in mezzo al loro? «La nostra è una presenza di vicinanza, ascolto, preghiera con loro. È importante farle sentire amate e accolte», rileva suor Maria Rosa Venturelli, missionaria comboniana e coordinatrice del gruppo; da oltre tre anni, ogni sabato trascorre due ore con le recluse nel Cie, un posto «squallido, tutto cemento e grate».

Emigrate, giovani e meno giovani, provenienti dal marciapiede o dal lavoro clandestino, quasi sempre vittime della tratta. «Per avvicinarle, personalmente ho dovuto prima di tutto capire come accostarmi a una ragazza che si trova nel giro della prostituzione non per sua volontà, e che vive sul territorio italiano senza permesso di soggiorno». Le religiose si dividono in gruppi linguistici, per poter incontrare le detenute parlando la loro lingua. Pregano con loro, organizzano momenti ecumenici e le invitano «a rivolgersi quotidianamente al loro Dio, qualunque sia il suo nome. Le religioni che professano, infatti, sono diverse: cattolicesimo e altre confessioni cristiane, buddhismo, islam, confucianesimo, sikhismo e religioni tradizionali; alcune si dichiarano atee», riferisce suor Maria Rosa, parlando dei «legami spirituali con queste donne azzerate dalla violenza e dall’abuso: una scuola di vita e un ministero spirituale di consolazione. Perché si impara ad amare in profondità, con più discrezione e delicatezza: ci evangelizzano con il loro coraggio, le loro speranze, anche con frustrazioni e tristezze senza ritorno».

Un’esperienza umanamente forte, che segna il cammino delle stesse suore: «Al Cie si impara a rispettare i tempi dell’altra e a metabolizzare l’impotenza. Come Maria sotto la croce: non poteva far nulla per cambiare quella situazione, ma era lì», testimonia suor Eugenia Bonetti, missionaria della Consolata, per 24 anni in Kenya, alla guida dell’Ufficio tratta dell’Usmi nazionale. Tra le veterane del gruppo, sottolinea che questo servizio «insegna a non giudicare, a essere aperte di mentalità». Un bilancio di questo apostolato verrà illustrato venerdì (19 novembre 2010) nella sede Usmi di via Zanardelli 32, nel convegno su “Dieci anni di storia e servizio a donne e minori vittime di tratta”. È ampia a Roma e in Italia, infatti, la rete di strutture «a protezione della dignità femminile – nota la religiosa -. Ma possiamo ancora rivitalizzare la nostra missione nella Chiesa e nella società».

17 novembre 2010

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