Le “rose” di De Benedetti per sorridere al Manzoni

Scritta e ambientata nel 1935, non denuncia l’età nell’arguzia del soggetto: la mondanità annoiata di certi borghesi di Toni Colotta

Destino crudele, quello di Aldo De Benedetti. Commediografo tra i più ammirati nel periodo fra le due guerre mondiali in un genere comico-sentimentale che gli diede fama anche nel cinema, fu costretto dalle leggi razziali a non firmare la propria opera, malgrado fosse ancora copiosa; e nel dopoguerra si sentì escluso dai tempi nuovi, finché, depresso, si tolse la vita. Eppure si continua a mettere in scena sue commedie per il garbo, l’ironia e l’ottima struttura scenica che le caratterizza.

Al Manzoni si ripropone “Due dozzine di rose scarlatte”. Scritta e ambientata nel 1935, non denuncia l’età nell’arguzia del soggetto, satira della mondanità annoiata di certi borghesi: le rose del titolo, destinate da Alberto (Nicola Pistoia) a una sua fiamma momentanea, sono rinvenute dalla moglie Marina e prese per l’omaggio di un ammiratore, e il marito deve rimediare. Ma qui al povero De Benedetti, secondo noi, non si rende un buon servizio. Carlo Alighiero, “libero adattatore” e regista, ha calato il tutto in una Napoli improbabile e in un vaudeville farsesco scandito da canzoni d’epoca. Comicità un po’ meccanica e una consolazione: ci si può divertire senza volgarità.

30 aprile 2006

Potrebbe piacerti anche