«Lo sport sia esperienza educativa»

A colloquio con Paolo Crepaz, docente di pedagogia dello sport alla Lateranense e presidente di Sportmeet dei Focolari di Laura Badaracchi

«Possiamo impegnarci ulteriormente perché l’esperienza sportiva sia formativa in sé, parte integrante di un percorso educativo. In passato ci si incontrava in oratorio per giocare e passare il tempo libero: oggi si sente l’esigenza di itinerari in cui la pratica di una disciplina sportiva rappresenti, già in se stessa, un cammino che include impegno e valori, vissuti positivamente». Ne è convinto Paolo Crepaz, dal 2006 docente di pedagogia dello sport alla Pontificia Università Lateranense, l’unica in Italia ad aver avviato questa disciplina nell’ambito della licenza in teologia pastorale. Medico, specializzato in fisiatria e medicina dello sport, ha lavorato per diverse squadre nazionali. Sposato con Lucia Fronza, hanno sei figli; dal 2003 è presidente di “Sportmeet”, espressione del Movimento dei Focolari.

Quale l’approccio dei suoi studenti – seminaristi e sacerdoti, suore e laici – con lo sport?
In aula incontro una ventina di studenti, provenienti da diversi Paesi del mondo per formarsi e diventare a loro volta formatori, con differenti approcci alla corporeità e alla gestualità derivanti dalle loro culture di origine; hanno alle spalle conoscenze ed esperienze variegate riguardo allo sport. Noto in ciascuno, però, una evidente attenzione e un interesse nuovo verso il fenomeno dello sport, che ha una diffusione universale e una potenzialità significativa: Giovanni Paolo II lo aveva definito “agorà dei tempi nuovi”. Un linguaggio da conoscere, uscendo dal cliché del prete che svestiva la tonaca per giocare a pallone con i ragazzi; oggi i sacerdoti sono invitati ad avere una visione dello sport a 360 gradi. Anche il torneo di calcio “Clericus cup” mostra aspetti positivi di confronto tra culture ed è uno strumento di conoscenza reciproca.

Quali valori possono essere veicolati o rafforzati attraverso una disciplina sportiva?
In quanto espressione della persona, lo sport è un fatto connaturale di ogni uomo, che desidera comunicare la propria identità: una valenza positiva, quindi, a prescindere. Platone diceva: “Si può conoscere una persona di più in un’ora di gioco che in un anno di conversazione”. Dunque, lo sport ha una predisposizione per diventare un’esperienza educativa, ma non lo è di per sé. L’attenzione va posta sul “come” si vive l’esperienza sportiva, che ha due pilastri: oltre all’espressione di sé, la relazione con l’altro, anche se si tratta di una disciplina individuale. Lo sport permette di sperimentarli in un ambito che favorisce il confronto, migliorando le competenze. La vera partita, quindi, si gioca nel confronto con gli altri.

Alcuni sportivi non suggeriscono modelli da imitare: competizione esagerata, uso di sostanze dopanti, guadagni altissimi mal gestiti… Come dare un’immagine equilibrata della pratica sportiva, a livello agonistico?
La ricerca dell’espressione di sé è una valenza positiva, ma può non essere matura: lo è se riflette una certa visione antropologica. Se sono io contro tutti gli altri, avvengono degenerazioni a tutti i livelli. Lo sport favorisce le potenzialità, ma ci si deve chiedere se sono a servizio di una visione individualistica o di dialogo con gli altri. Purtroppo i fenomeni negativi, eclatanti tra i professionisti, sono presenti a tutti i livelli: se la persona non ha una visione alta, degenera nei modi peggiori. All’atleta è richiesta la maturità, perché lo sport professionistico comporta l’accesso a molto denaro e al successo. Gli esempi negativi di certi campioni vanno stigmatizzati, ma dobbiamo tener presente – metaforicamente parlando – che per guidare una Ferrari non basta avere la patente.

Quali finalità si propone “Sportmeet”?
È una rete internazionale di sportivi, operatori e professionisti, nata nel contesto di una spiritualità comunitaria che affascina e tocca il cuore delle persone, che hanno sete di comunione. La prospettiva è quella di realizzare un incontro (come dice il nome stesso della rete), una fraternità universale; quindi l’esperienza si offre anche a persone non credenti. Il progetto vuole contribuire alla costruzione di un mondo unito nello sport e attraverso lo sport, sfida per favorire la fraternità attraverso la cultura (quindi consapevolezza, capacità di scelta e di valutazione) e la vita, cioè la testimonianza concreta: un duplice binario per trasmettere anche dell’ambito sportivo proposte, novità e idee.

Quali le prossime iniziative di “Sportmeet”?
Attendiamo circa 400 partecipanti da 35 Paesi al congresso internazionale sul tema “Sport moves people, moves ideas”, in programma dall’8 al 10 aprile al Centro Mariapoli di Castel Gandolfo, con il patrocinio di Unesco e Coni, Università “La Sapienza” e Foro Italico, Regione Lazio e Provincia di Roma. Interverranno – fra gli altri – Gianni Rivera, responsabile del settore giovanile e scolastico della Federcalcio italiana; Valerio Bianchini e Marco Calamai, allenatori professionisti di basket. L’obiettivo è riconoscere una responsabilità e una dignità nuove allo sport, superandone l’aspetto spettacolare e riscoprendo il suo ruolo nel cambiamento sociale e culturale.

14 marzo 2011

Potrebbe piacerti anche