«Lo stop all’obiezione nei consultori familiari? Un errore»

Il giurista Alberto Gambino (Università Europea di Roma) critica la decisione adottata dalla giunta Zingaretti con le “Linee di indirizzo regionali”: «Diffonde una filosofia dell’aborto “fai da te”» di Daniele Piccini

Un errore tecnico, certamente, ma anche il tentativo di diffondere una filosofia dell’aborto “fai da te”». In questo modo Alberto Gambino, ordinario di Diritto privato all’Università Europea di Roma, bolla il decreto del commissario ad acta, il governatore della Regione Lazio Nicola Zingaretti, intitolato «Linee di indirizzo regionali per le attività dei consultori familiari», che, tra l’altro, nega il diritto all’obiezione di coscienza a quei medici che certificano la gravidanza della donna e la sua richiesta di interrompere la gravidanza. «I certificati di richiesta di interruzione – spiega Gambino – sono l’inizio della procedura abortiva. La sua attivazione inizia dal certificato. Mi pare che il “decreto Zingaretti” commetta quindi un errore tecnico, pretendendo di reinterpretare, con un provvedimento regionale, una legge dello Stato».

L’articolo 9 della legge 194/78 dà ragione agli obiettori prevedendo l’obiezione di coscienza per il personale sanitario ed esercente anche in merito al «compimento delle procedure e delle attività specificamente e necessariamente dirette a determinare l’interruzione della gravidanza». I dati aggiornati a maggio 2012, presentati da Laiga (Libera associazione italiana dei ginecologi per l’applicazione della legge 194) presso l’ordine dei Medici di Roma, attestano la diffusione dell’obiezione di coscienza al 91,3% tra i ginecologi ospedalieri del Lazio. «Un numero così importante di obiettori – aggiunge il giurista – dice che siamo davanti a una vicenda che non si può banalizzare con procedure formali. Forse serve un ripensamento della fase della prevenzione, della dissuasione, dei rimedi alternativi come il parto anonimo in ospedale, forme di adozione preventive e sussidi economici maggiori». L’accesso all’interruzione di gravidanza, a suo avviso, va garantito proprio per difendere il diritto all’obiezione di coscienza.

«Piaccia o non piaccia questa legge c’è – argomenta Gambino -, e i medici non obiettori dovrebbero essere messi in condizioni di efficienza tali da escludere il sospetto che l’obiezione di coscienza metta in discussione una legge dello Stato. Se si arriva al “decreto Zingaretti” è perché si ritiene che oggi la procedura di interruzione di gravidanza non sia davvero garantita a chi la richiede. Proprio per aprire un discorso sereno su questi temi, il presidio deve essere garantito: per non rendere necessario colpire l’obiezione con l’argomento che ci sono troppi pochi medici che praticano l’aborto». Per quanto riguarda l’obbligatorietà della prescrizione della pillola del giorno dopo, prevista dal decreto Zingaretti, secondo Gambino, rientra «in una filosofia dell’aborto fai da te. Come si può prescrivere la pillola del giorno dopo – si chiede il giurista – senza avere un quadro clinico completo della paziente?».

Critici verso le nuove linee guida regionali anche il Forum famiglie del Lazio, l’Associazione ginecologi ostetrici cattolici (Agoc), che parla di «abuso di potere», e l’associazione Scienza e Vita che, attraverso il suo presidente Paola Ricci Sindoni, le definisce «un’inaccettabile prevaricazione del diritto all’obiezione di coscienza».

30 giugno 2014

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