Lucisano: la passione per il sapere

Pietro Lucisano, docente di Pedagogia alla Sapienza punta sull’«apprendimento delle esperienze e sulla capacità di andare oltre la memoria» di Francesco Lalli

«Educare non è mai stato facile, e oggi sembra diventare sempre più difficile», scrive Benedetto XVI. C’è un colpevole, o solo degli indiziati?
I giornali e i politici sono a caccia di singoli responsabili di una crisi che, al contrario, riguarda la società tutta. Educare è difficile, la conoscenza viene reinterpretata dai destinatari e sono loro i protagonisti della ricostruzione dei significati, un processo che deve fare i conti con l’apprendimento delle esperienze precedenti e con la capacità di andare oltre la memoria. La memoria è importante perché da essa nascono le nostre radici; ma bisogna anche riuscire a superarla, perché altrimenti non si potrebbe andare oltre il rammarico per gli errori del passato e non si potrebbe costruire il futuro.

«La libertà dell’uomo – si legge ancora nella lettera – è sempre nuova e quindi ciascuna persona e ciascuna generazione deve prendere di nuovo, e in proprio, le sue decisioni». Il nostro è un sistema educativo che aiuta a prendere decisioni?
Più che altro, mi pare che il Papa evidenzi efficacemente come un grosso problema sia quello di trasmettere da una generazione all’altra certi valori. C’è una difficoltà per così dire «fisiologica», per cui ogni generazione fa fatica a fare proprie le esperienze di quella precedente. E un ostacolo più materiale: quello di una società che ha perso i luoghi di aggregazione in cui le generazioni possono incontrarsi e condividere esperienze concrete. La conoscenza vive in ciò che i ragazzi capiscono e per chi costruisce conoscenza il problema non è conservarla dentro di sé, perché la conoscenza esiste solo se condivisa.

Per l’opera educativa il Papa suggerisce un «giusto equilibrio tra libertà e disciplina». Come ci si arriva?
A questo riguardo, Benedetto XVI mi pare ponga un problema che è stato ben analizzato da John Dewey. La libertà dell’intelligenza è nel saper costruire propositi e nel saperli distinguere dai desideri. Il desiderio è un vagheggiare qualche fine, mentre il proposito implica un progetto, e comporta una valutazione dei mezzi. Quando si ha un fine raggiungibile, s’impara anche a coltivare la disciplina necessaria per il suo raggiungimento. Al contrario, se gli obiettivi diventano improbabili, precari, si verifica una perdita di interesse e di impegno per raggiungerli. Attraversiamo un periodo in cui virtualità e precarietà sono trasformate in matrici di pensiero sociale. L’assenza di obiettivi concreti diminuisce sia la libertà sia la disciplina, che esistono una in funzione dell’altra.

Il documento, però, preme molto anche sulla responsabilità personale, quella dell’individuo chiamato a diventare protagonista della sua formazione.
La speranza di cui parla il Papa coincide con quello che noi chiamiamo «ottimismo pedagogico»: la convinzione, cioè, che sia possibile costruire un mondo migliore attraverso l’educazione. Kant, ad esempio, distingueva tra l’educazione utile per imparare a comportarsi nella società così com’è e l’educazione che serve invece per oltrepassare la società esistente in senso migliorativo. Se oggi dovessimo insegnare il primo tipo di educazione, visti i connotati di profonda immoralità che caratterizzano il nostro quadro sociale, temo che non renderemmo un grosso servizio. D’altra parte, sul secondo tipo di impegno vi è un disinteresse che scontiamo a tutti i livelli. Il nostro è un Paese che offre uno scarsissimo sostegno alla ricerca, soprattutto se si tratta di scienze dell’educazione. Assistiamo ad annunci sul tema, ma poi i bilanci universitari vengono tagliati da tutti i governi… Non c’è bisogno di commissionare ricerche per sapere che esistono strutture scolastiche fatiscenti, o che mancano dotazioni di base per gli studenti, o che a questi ultimi servirebbe apprendere le materie scientifiche in laboratorio.

«L’educazione – ribadisce Benedetto XVI – non può fare a meno di quell’autorevolezza che rende credibile l’esercizio dell’autorità».
Mi preme rilevare due elementi al riguardo. Il primo è quello evidenziato dal Papa: l’autorevolezza sopravvive solo nella testimonianza coerente. Lo sforzo di essere coerenti non sembra appartenere più neanche a quel mondo che si richiama esplicitamente a principi morali condivisibili. I giovani hanno la sensazione che nessuno pensi al bene comune, e che questo sia evocato più in chiave propagandistica che come impegno reale. Il secondo elemento è dato dal fatto che, specie nel mondo accademico, si è fatta strada l’idea di essere prima specialisti e poi studiosi. Assistiamo, così, a una riduzione del sapere in nozioni; si perde la visione d’insieme e quello stile di tolleranza e di rigore che dovrebbe caratterizzare un maestro. Non dobbiamo trasmettere ai giovani dei saperi, ma la passione per il sapere, che si costruisce senza essere mai compiuto, in ogni campo dell’attività umana.

12 febbraio 2008

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