L’umanità di Gesù per formare i «nativi digitali»

L’incontro al Seraphicum sull’educazione alla fede nell’epoca di internet. Tra i relatori lo psicoterapeuta Cantelmi e padre Enzo Bianchi di Nicolò Maria Iannello

All’incirca 100mila ore davanti ai video game, più di 20mila a guardare la televisione, 10mila al cellulare e solo 5mila dedicate alla lettura. Secondo alcune recenti indagini, è così che impiegano il loro tempo le nuove generazioni. Uno scenario, questo, che lancia una sfida intorno alla quale giovedì scorso si sono riuniti studiosi e religiosi per confrontarsi su “L’educazione alla fede cristiana nell’epoca di internet”, nell’auditorium della Pontificia Facoltà Teologica San Bonaventura, al Seraphicum. Un incontro, secondo il preside padre Domenico Paoletti, nato per «dialogare su che cosa significhi educare in un tempo in cui si vive la filosofia dell’emozione».

Ad aprire i lavori lo psicoterapeuta Tonino Cantelmi, il primo in Italia a occuparsi dell’impatto della tecnologia digitale sulla mente umana, che, rifacendosi alle riflessioni del sociologo Zygmunt Bauman, ha definito la realtà in cui viviamo un «mondo tecno liquido», una società cioè in cui la relazione tra gli individui, mediata da un sms o un social network, perde le sue caratteristiche essenziali. Abituati a vivere in questo contesto sono i «nativi digitali», i giovanissimi che hanno a portata di mano computer, iPhone, iPad e altre sofisticate tecnologie. «Attraverso di esse i ragazzi si confrontano con il reale e questa mediazione – ha precisato Cantelmi – comporta il riassetto del sistema cognitivo». I nativi, infatti, hanno un cervello capace di fare più cose contemporaneamente, come studiare e chattare, e di seguire le logiche dell’ipertestualità e dell’interattività, ovvero di leggere un testo attraverso dei link che li conducono dentro una vasta serie di contenuti, e di proiettare se stessi all’interno di una realtà virtuale. E in questo «mondo di connessioni», ha concluso l’esperto, c’è spazio solo per «le emozioni forti, per l’individualismo, per un narcisismo sfrenato e per un’ambiguità che esclude ogni presa di responsabilità».

A riprendere i concetti di narcisismo e di soggettività è stato padre Orlando Todisco, docente di filosofia medioevale: «L’Io dell’uomo di oggi è frammentato e l’unico metro di riferimento dell’essere umano è se stesso». Nuove prospettive per cambiare questo stato di cose, secondo il teologo, provengono dalla filosofia francescana: «Nell’era della globalizzazione, infatti, il francescano esalta l’uomo perché è convinto che sia voluto da Dio e vuole far sì che ognuno offra ciò che ha per migliorare la convivenza, valorizzando il legame tra gli uomini».

Ancora, sull’urgenza di educare alla fede è intervenuto il monaco Enzo Bianchi, fondatore e priore della Comunità di Bose, che è convinto che il problema dell’uomo moderno «non è soltanto la mancanza di fede in ciò che non vede, ma anche in ciò che vede, cioè nell’altro». In questo senso, per trasmettere l’eredità del cristianesimo alle nuove generazioni nel nuovo contesto antropologico, «bisogna che le figure educative rimettano al centro della pedagogia Gesù, che sapeva comunicare con l’altro, rendendosi umano, credibile, affidabile e coerente».

29 novembre 2010

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