«Mai più schiave», la battaglia di suor Eugenia Bonetti

L’impegno della responsabile dell’Ufficio Usmi per l’accoglienza e il recupero delle donne sfruttate Titolo di Commendatore con il presidente Ciampi, ora quello di Grande Ufficiale di Laura Badaracchi

Cammina appoggiandosi a un bastone e proprio in questi giorni deve subire un ennesimo intervento chirurgico. Ma a dispetto dei suoi 75 anni suor Eugenia Bonetti, missionaria della Consolata di origini milanesi, non può fermarsi. E neppure il suo impegno come responsabile dell’Ufficio Usmi tratta donne e minori, che porta avanti dal 2000 nella sede nazionale di via Zanardelli, e come guida dell’associazione «Slaves no more» («Mai più schiave»), fondata da lei stessa nel dicembre del 2012. L’8 marzo scorso, in occasione della Giornata internazionale della donna, ha ricevuto al Quirinale dal presidente Giorgio Napolitano l’onorificenza di «Grande ufficiale dell’Ordine al merito» della Repubblica italiana per il ventennale lavoro svolto a favore di migliaia di donne vittime di violenze, abusi e sfruttamento e contro la tratta.

Nello stesso giorno, nove anni fa, era stata insignita del titolo di «Commendatore dell’Ordine italiano al merito» dal presidente Carlo Azeglio Ciampi. Un riconoscimento inatteso e significativo, quello ricevuto nei giorni scorsi, che la missionaria non ha accolto come se fosse rivolto soltanto a lei, ma «a tutta la squadra di religiose che in questi ultimi vent’anni hanno offerto il loro servizio di compassione, accoglienza e recupero in diversi campi: sulle strade, nei centri ascolto, nelle case di accoglienza e nel Centro di identificazione ed espulsione di Ponte Galeria, dove ogni sabato da 11 anni andiamo a trovare le donne immigrate offrendo ascolto, condivisione, momenti di preghiera e talvolta di festa. Anche loro erano idealmente con me davanti al capo dello Stato», commenta suor Eugenia.

Al Cie si sono avvicendate finora una sessantina di suore originarie di 27 diversi Paesi e appartenenti a 28 istituti, di lingue diverse per poter comunicare con ciascuna delle recluse «per lunghi mesi perché prive di documenti». In ambito nazionale sono un centinaio le case-famiglia gestite da suore «per programmi di reintegrazione umana, sociale e legale, molte delle quali accolgono anche madri con bimbi o donne incinte, per proteggerle e salvaguardare il dono della vita nascente; al massimo ospitano sette persone, che vi restano da uno a due anni: il tempo necessario per un reinserimento sociale adeguato e di piena autonomia», riferisce suor Bonetti, che coordina il servizio di circa 250 consacrate appartenenti a 80 diverse congregazioni, in prima linea nell’accoglienza e nel reinserimento sociale di oltre 6 mila vittime di tratta.

Al Quirinale, accanto a suor Eugenia, c’era una di loro: «La sua triste storia è simile a quella di molte altre: portata in Italia a 14 anni da un sedicente zio, è stata venduta a una “madam” che l’ha messa su una strada, costretta a vendere il suo corpo insieme alla sua giovinezza e ai suoi sogni. È stata recuperata dalle forze dell’ordine, che l’hanno affidata a una casa di accoglienza per minori dove è vissuta quattro anni – racconta -. Dopo sei anni, grazie ai nostri contatti con i Paesi di origine, è riuscita a ritrovare la famiglia. Il suo è uno dei molti casi che ci confermano l’importanza del lavoro in rete per poter raggiungere traguardi impensabili».

Ma nel cuore della religiosa restano altri incontri personali: quelli con Papa Francesco. Il 10 settembre dello scorso anno lo saluta nella Chiesa del Gesù, durante la visita al Centro Astalli, e gli chiede di riceverla: dieci giorni dopo partecipa alla Messa mattutina nella cappella di Santa Marta con altre tre suore «di frontiera». Si rivedono a novembre, durante un convegno in Vaticano sulla tratta degli esseri umani, voluto dallo stesso Papa Bergoglio: «Gli ho detto grazie per la sua attenzione a quanti vivono alle periferie esistenziali della nostra società del benessere, tra cui donne e minori in vendita».

17 marzo 2014

Potrebbe piacerti anche