Mario Scaccia, il “ragazzo terribile” del teatro

All’età di 91 anni si è spento il grande attore-capocomico, al termine di una carriera lunghissima che lo portò attraverso la penisola, atteso ed ammirato di Toni Colotta

Mario Scaccia non è morto sulla scena come forse gli sarebbe piaciuto per emulare l’amato Molière. Ricoverato novantunenne da mesi al Gemelli, non reggeva all’aggravamento della malattia e il 26 ha reso l’anima al Signore. Lasciandoci con una sfilza di ricordi indelebili delle sue interpretazioni di attore fra i più estrosi della nostra scena. E il più ribelle alle mortificazioni arrecate all’arte. Vent’anni fa, quando lui si avviava verso l’ottantina, qualche titolista di giornale faceva spiccare in pagina l’epiteto di “ragazzo terribile” conferitogli nelle interviste: ragazzo per la freschezza dell’energia che spendeva nelle scelte artistiche continuamente sfidando se stesso, terribile per le critiche feroci alla gestione caotica del teatro italiano.

Roma, dov’era nato nel 1919 e dimorava in quartiere Prati fra le peripezie di attore-capocomico, lo vide finalmente appagato quando potò sistemarsi stabilmente in un teatro, il San Genesio, due passi da casa, sottostante alla chiesa di Cristo Re, col beneplacito del parroco. Ribattezzatolo Sala Molière in omaggio al suo nume tutelare,vi inaugurò la prima stagione con “Il malato immaginario”, da magnifico protagonista. Non doveva durare molto a lungo l’avventura di indipendente ma Scaccia offrì su quel palcoscenico un ventaglio del suo caleidoscopico repertorio, da regista e attore, con una compagnia degna di tanto maestro.

Era alla lontana il concentrato di una carriera lunghissima che lo portò attraverso la penisola, atteso ed ammirato. Cominciata allora, il 1943, quando reduce dalla guerra e dalla prigionia, dopo l’apprendistato in Accademia d’Arte Drammatica, recitava con Mastroianni. E lui, Scaccia, ben presto acquisiva quella “maschera” duttile, un po’ grifagna, in cui l’umorismo e l’ironia mordaci potevano trasmutare nel tragico o debordare nel surreale. Come dire Ariosto, Goldoni, Pirandello, Shaw, Shakespeare, Ionesco, Dürrenmatt (e le citazioni potrebbero continuare), sempre con una densità espressiva carica di umori, catturante fin dal primo suo apparire in palcoscenico.

E naturalmente i poeti romani in cui era rimasto quasi solo ad interpretarli: Belli il grande, e poi Pascarella, Trilussa e Petrolini. Soprattutto quest’ultimo finì per diventare un suo cavallo di battaglia in “Chicchignola”. Diceva Scaccia: «Petrolini mi assomiglia molto come carattere; era malinconico e solitario come me». Il cinema fu l’altra palestra in cui il Nostro si cimentò. Non gli consentì di brillare da protagonista ma la sua presenza sullo schermo rivelava sempre una tipizzazione sapiente. Così anche in televisione e radio.

Fuori della scena o del set una battaglia esistenziale lo angustiava: se la prendeva con lo Stato che «non aiuta, come all’estero, gli artisti anziani dando la possibilità di esercitare la propria arte in condizioni consone alla loro età e alla loro fama». Scaccia ci ha lasciato anche questo messaggio.

28 gennaio 2011

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