Medio Oriente, da Aleppo a Diyala situazione incerta

L’Isil ha annunciato la ricostituzione del Califfato. L’analisi del generale Carlo Jean: «Il percorso del neonato Stato islamico non sarà semplice». Il rischio di «una nuova fuga anche per i cristiani» di Daniele Rocchi (Agenzia Sir)

In un messaggio audio diffuso attraverso internet Abu Mohammad al-Adnani, portavoce dell’Isil, lo Stato islamico dell’Iraq e del Levante, che combatte in Siria e in Iraq, ha annunciato il 29 giugno la ricostituzione del Califfato, regime politico islamico, sui territori compresi tra Aleppo, nel Nord della Siria, e il governatorato di Diyala, nella zona orientale dell’Iraq. Califfo dei musulmani, cioè “capo dei musulmani” nel mondo, è stato designato lo sceicco jihadista Abu Bakr al-Baghdadi che ha prestato giuramento di fedeltà. L’avanzata dell’Isil in Iraq è partita lo scorso 9 giugno ed è stata favorita dal sostegno di tribù sunnite locali, da gruppi salafiti e da ex ufficiali di Saddam Hussein. In poco tempo le milizie dell’Isil hanno conquistato a Nord la città di Mosul e parte della regione di Ninive, parte delle province di Diyala (a Est), le province di Salaheddine, Kirkuk e Al Anbar (a Ovest) arrivando a circa cento chilometri dalla capitale Baghdad. In Siria, invece, il gruppo jihadista controlla la provincia di Raqqa, nel Nord, parte della provincia petrolifera di Deir Ezzor (a Est, confine con l’Iraq) e zone della provincia di Aleppo. La proclamazione del Califfato sarebbe stata preceduta dalla crocifissione di almeno nove persone nei territori siriani dell’Isis, otto dei quali ribelli di fazioni opposte. Quanto sta avvenendo dimostra, secondo il generale Carlo Jean, tra i massimi esperti di strategia militare e di geopolitica, a livello italiano e internazionale, come «l’Isil sia guidato da un ottimo tattico e stratega, carismatico, dotato di capacità tecniche con cui riesce a combinare azioni sul terreno con quelle di media e social network. Ciò che mi lascia perplesso è la strategia dell’Isil di uccidere, fucilare, centinaia di persone. Una tattica che, prima o poi, scatenerà una reazione contro questa ferocia».

Generale, alla luce di queste ultime notizie, qual è ora la situazione sul campo militare?
La situazione è altamente incerta. Il premier iracheno, sciita, Nouri Al Maliki non ha accettato fino ad ora di fare un governo di unità nazionale – scelta che ha irritato non poco gli Usa – e che al Maliki non tarderà a pagare sul piano politico. In Iraq non si sta combattendo solo una guerra civile ma anche una guerra per procura che vede protagonisti principali l’Arabia Saudita, sunnita, e l’Iran, sciita. In Siria, invece, siamo allo stallo militare poiché nessuno è in grado di controllare il territorio. Una divisione del Paese, a questo punto, resta plausibile con la zona alauita sciita, di Latakia e Tartus, staccata dal resto della Siria.

Ora che l’Isil ha annunciato la nascita del Califfato è possibile che il gruppo jihadista assuma anche i connotati di movimento politico?
Credo sia molto difficile. L’uso della violenza che fa l’Isil non è accettato dagli anziani delle tribù sunnite che lo sostengono e potrebbe alimentare la divisione al loro interno. Nella stessa penisola arabica del grande sponsor dell’Isil, l’Arabia saudita, si registrano forti contrasti tra sunniti, tra l’ala salafita e quella dei Fratelli musulmani. I salafiti sono più legati al territorio, tribali, mentre la Fratellanza ha una visione più ampia dell’Umma, termine con cui si indica la prima organizzazione politica dei fedeli musulmani. Il programma dei Fratelli musulmani è quello di Bin Laden. Una delle debolezze dell’Isil è proprio questa visione ecumenica dell’Umma che non ha molta presa su una società tribale e familiare come quella irachena. Il percorso del neonato Stato islamico da adesso in poi, non sarà semplice come quello avuto sul terreno.

Dunque l’avanzata verso Baghdad potrebbe essere rallentata da questi contrasti?
La situazione tenderà allo stallo. È molto difficile, infatti, che l’Isil possa controllare tutto il territorio conquistato così come una megalopoli quale Baghdad. L’Isil deve fare i conti anche con i curdi che controllano Kirkuk e importanti giacimenti petroliferi. I curdi possono contare su 190mila combattenti peshmerga ben equipaggiati e addestrati. Sarà dura per l’Isil tenere loro testa anche con l’appoggio sunnita. La risposta del Governo iracheno, invece, non può essere solo l’aviazione o l’aiuto di droni armati statunitensi. Per fronteggiare le rivolte servono soldati che combattano e che controllino fisicamente il terreno.

Nel Califfato verrà imposta la Sharia. Già trapelano notizie di crocifissioni, di violenze e abusi contro le minoranze, tra cui quella cristiana.
L’imposizione della Sharia nel Califfato è da prendere in seria considerazione poiché rappresenta il collante ideologico tra i vari gruppi attivi in questo conflitto. Ci saranno pulizie etnico-religiose molto forti con conseguente fuga anche dei cristiani. Un esodo questo che coinciderà con un abbassamento del livello di civiltà di tutta la regione.

1° luglio 2014

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