Mencarelli, miracoli di gioia e di angoscia

Nell’ultima opera del poeta romano, “Figlio”, l’energia nuova e ruvida di chi ha generato e si scontra con il male: un dono per tutti gli «uomini e donne fatti genitori» di Paolo Pegoraro

Ci sono libri che si consumano e libri che ci consumano. “Figlio” appartiene alla seconda categoria. L’ultima opera di Daniele Mencarelli è un poemetto in quattro parti con preludio e conclusione. Il ritmo è asciutto e scattante, i vocaboli spesso privi dell’articolo, i periodi come schegge riassemblate dalle assonanze nell’ampio fluire di un medesimo racconto: la cronaca di quattro paternità. La storia di un uomo che riceve quattro vite «come argine / per dare freno e direzione / a questa corsa senza pace».

Chi già conosce la scrittura di Mencarelli ne apprezza lo sguardo umilmente penetrante. Eppure questa raccolta si apre con una preghiera affinché il proprio figlio non riceva in dote gli stessi occhi «sempre troppo aperti sulle cose […”> eterni esordienti alla gioia, come al dolore». Perché sono dono a doppio taglio. “Figlio” ne è la prova. È un’ubriacatura di meraviglia e di angoscia. Scuote quanto finora scritto dall’autore, pare quasi ribaltarlo. In Mencarelli preme sempre un’urgenza, una necessità insopprimibile; la sua poesia restituisce densità di significato a parole svuotate, riedifica ponti tra esperire ed esprimere. E ora quella stessa parola – «Figlio», smarrita nelle melme sentimentali –, riemerge in tutto il suo inquietante peso specifico: «“Figlio” è darsi in pasto al prossimo». Sì, perché se “Madre” significa offrire se stessa come cibo, “Padre” vuol dire frapporsi in un corpo a corpo contro timori divoranti.

C’è una nuova e ruvida energia in questi versi, quella che conosce soltanto chi ha generato e vive perché nessun male sfiori i propri figli. Lo sguardo dell’autore si è fatto più duro, le immagini scavate come rughe. È l’incontro con un male che prima è solo prefigurazione minacciosa, poi attesa smarrita, infine colpo quasi mortale. È lo scontro con un mondo nemico alla vita, strutturato per respingerla. Mencarelli non denuncia tanto i vuoti professionali, quanto quelli umani: infermieri e dottori «mozzi di virtù […”> da scampare la notte per miracolo»; referti scagliati da «dita a pistola / puntate all’altezza dell’amore»; specialisti dell’infanzia che decretano patologie come un traguardo da tagliare. Se nella precedente raccolta di Mencarelli ammirava l’assistente di un piccolo sfigurato che in lui vedeva «solo un bambino che giocava», stavolta la medicina sentenzia a suo figlio: «qui non c’è bambino, ma un malato».

Non meno nemico è «il freddo dei sorrisi» di quanti esigono la rassicurazione del “tutto bene”, del rispetto della tabella di marcia biologica. O le condanne di quanti hanno tutte le risposte in tasca, ossia ben distanti dalla testa e dal cuore, pronti a giudicare il bene e il male sulla pelle degli altri, credenti di professione così simili agli “amici” di Giobbe: se ti succede tutto questo, avrai pure una parte di colpa… Allora non sorprenda se i toni scossi dalla rabbia e dal «fuoco d’odio» si facciano assoluti, divampando fino al cielo. Anche la volontà divina appare rasoiata malevola, se il Padre diventa incomprensibile al padre. Se la preghiera del Figlio diventa impronunciabile davanti a un capriccio divino che dona vite e poi le ruba.

E nuovamente le concede. La storia scava pozzi tanto fondi da non credere che alla maledizione possa più seguire benedizione. Eppure succede. E la riconciliazione non è inseguimento di pensieri, ma l’incredulo stupore per l’insperato che accade. «Io ti conoscevo per sentito dire – concludeva Giobbe -, ma ora i miei occhi ti vedono» (Gb 42, 5). Gli stessi toni che assume la rivelazione per Mencarelli: «Con quale disumano coraggio / restituisci dono e perdono / a chi ti ha bruciato nell’odio? / Troppo vasto il tuo cuore».

Ecco allora che le sue pagine, pure così lontane da un innocuo incoraggiamento, sono davvero dono per tutti gli «uomini e donne fatti genitori». La vita è un «crescere di inciampi», viaggio su una «zattera a due piazze» dove si stringono corpi e anime, figli-grovigli di preoccupazioni, gioie, ansie, riposo. Sì, «dare vita ad altra attesa / costa una forza da giganti». Vale la pena? Mencarelli non ha che povere parole, versi spremuti via, una storia che alza mani ferite, che dice solo: “Guardatemi”.

La citazione
Ecco la tua casa
i paesi che farai tua terra
ecco i visi di famiglia
ancora sfocati alla tua vista,
del mondo niente altro ti serve,
crescerai di stupore in scoperta
vedrai cose figlie all’universo
cose piccole con dentro un vento
da scoperchiarti il petto,
come gli occhi di tua madre
innamorati sui tuoi ancora ciechi

Il libro
Daniele Mencarelli, Figlio, Nottetempo, pp. 76, € 8

21 maggio 2013

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