Napoli e Roma, Arbore racconta i suoi grandi amori

In concerto con l’Orchestra Italiana al Teatro Sistina dal 22 al 30 marzo. Lo showman che ha portato la canzone italiana nel mondo: «Nella vita ci vuole passione, mai farsi sorprendere dalla pigrizia» di Concita De Simone

Il “Premio alla carriera”, ricevuto recentemente sul palco dell’Ariston a Sanremo, se l’è meritato tutto. Settantasette anni, di cui 50 nel mondo dello spettacolo, Renzo Arbore non è solo musicista, interprete, showman, conduttore radiofonico e televisivo, ma è anche un pioniere di linguaggi e stili che hanno fatto la storia. Da 23 anni gira l’Italia e il mondo con la sua Orchestra Italiana, come “ambasciatore” della “bellezza” del nostro Paese, portando chitarre, mandolini, voci e cori dei musicisti, percussioni, fisarmonica e tastiere, per rilanciare in Italia e all’estero la canzone napoletana classica, in grado però anche di sperimentare originali contaminazioni con sonorità e ritmi rock, blues, country, reggae e sudamericani. In questo periodo è in classifica ancora con il suo “My american way”, firmato da Renzo Arbore & The Arboriginals (Sony Music/Gazebo Giallo Srl), ed è pronto a ripartire in tour: il 14 marzo a Londra, poi dal 22 al 30 al Teatro Sistina di Roma, poi ancora altre tappe.

Quello con il Sistina, ormai, per Arbore è un appuntamento fisso. Più che un concerto, uno spettacolo vero e proprio, capace di trascinare il pubblico che non resiste ai ritmi scatenati del repertorio dell’Orchestra Italiana. Nell’attesa di vederlo in scena, lo abbiamo intervistato per farci raccontare dei suoi progetti e del suo rapporto con Roma e a Romasette, svela in esclusiva più di un segreto.

Ti abbiamo visto al Festival di Sanremo: tutti in piedi dopo la vostra performance. Un’eterna giovinezza tua e del repertorio che proponi?
La mia è relativa. Mi tengono vivo la musica e il lavoro. Nella vita ci vuole passione, non bisogna farsi sorprendere dalla pigrizia. Il merito è anche dei miei musicisti e dell’Orchestra Italiana, un po’ misconosciuta dalla critica. Per quanto riguarda il repertorio, le canzoni napoletane d’autore non sono “antiche”, ma eterne. Solo così si spiegano i 50/60 concerto all’anno che da 23 anni facciamo in tutto il mondo, raccogliendo tanti successi, anche nel Nord Italia. Ci tengo e precisare che l’Orchestra Italiana oltre che longeva è stabile, siamo sempre gli stessi da tanti anni.

Tu hai neutralizzato lo stereotipo della canzone napoletana, facendola piacere pure ai cinesi. Come hai fatto?
Vi svelo un segreto: tutte le cose che faccio io, compresa tv e radio, sono fatte per rimanere, non seguono mode del momento. Non ho mai fatto imitazioni di personaggi famosi al momento, ma solo personaggi di fantasia, salvo qualche politico ma giusto in un paio di occasioni. Per il resto, tutto inventato. In musica, non ho mai cercato arrangiamenti di moda, secondo il genere preminente al momento, e, pur modificando i ritmi, ho tenuto vive le armonie delle canzoni originali. Ho trasformato, ad esempio, “Reginella” in un valzer più lento e a Roberto Murolo, che l’aveva composta, è piaciuta talmente tanto che, quando l’ascoltò, disse che da quel momento si sarebbe dovuta fare sempre così. “Maruzzella”, capolavoro di Renato Carosone, del 1954, che già non era nata come un rock&roll, che all’epoca andava di moda, e in questo Carosone ci ha visto giusto, è diventata un bolero. Nell’Orchestra ci sono quindici napoletani che controllano!

Con te all’estero si capiscono anche i testi, che riadatti in inglese. Ma come scegli le canzoni da riproporre?
Scegliamo quelle più comprensibili, più popolari. Io conosco tutte le canzoni napoletane classiche, compreso “Il canto delle lavandaie del Vomero”, ma mica possiamo farla a Milano! Le canzoni scritte tra fine 1800 e inizio degli anni Sessanta e Settanta, sono il più ricco serbatoio del mondo, sono straordinarie per testi e ispirazione.

Prossima tappa a Londra: chi viene ai vostri concerti all’estero?
Chi viene ai concerti si aspetta un clima giocoso, ma non voglio mai che il divertimento che promettiamo non faccia apprezzare abbastanza il valore dei musicisti. Così, di solito, nel primo tempo mostro le carte, faccio suonare i mandolini, faccio cantare i solisti. La mia è un’Orchestra di all stars. Io mi faccio vivo a metà spettacolo. Suono il piano, faccio canzoni della mia memoria. Poi il pubblico diventa protagonista, come è successo a Sanremo: si balla, si canta, si risponde. A me piace dare di più di quello che la gente si aspetta. Non faccio i concerti per fare promozione ai dischi. Ora ho il mio disco “My american way”, che ha già venduto 30mila copie, tanto che la casa discografica ne vuole fare un altro. Nei concerti faccio una canzone sola da questo album, per il resto il pubblico vuole i cavalli di battaglia.

Nove serate al Sistina: pugliese, napoletano d’azione, ma base a Roma. Cosa ti lega alla nostra città?
Una generosità dei romani che non mi aspettavo. Roma è sorprendente, ai romani va tutta la mia gratitudine, approfitto di questo spazio per dirlo. Con me sono stati generosissimi, dal primo giorno. Quando arrivai da Foggia, mi fidanzai con una giovanissima Gabriella Ferri, che mi portò per tutta Roma, ai Castelli, alle fraschette, mentre mi insegnava le canzoni romane, che io già un po’ conoscevo perché mio padre comprava di dischi di Romolo Balzani, Sergio Centi. Roma mi ha adottato. E posso dire di bazzicarla in pieno, non vado solo nei salotti mondani. Mi chiamano “urban explorer” perché, soprattutto nei week end, alla domenica, me ne vado in giro per mercatini. Frequento quello di fronte all’ippodromo di Capannelle, o Porta Portese, ad esempio, o me ne vado a fare delle gite a piazza Bologna, con le scusa delle mozzarelle buone. Mi piace molto Boccea, dove compro il pesce. D’estate me ne vado spesso a “Fiesta!” e poi ho casa a Ostia, una casa appartenuta a Gino Cervi. Mi piace girare Roma e scoprire la meraviglia delle persone che mi incontrano stupite e mi sorridono. “Che ci fai a Primavalle oggi?”, mi chiedono. E io rispondo: “Ho un amico delle scuole”, ma è una scusa per girare. Ho tutte le guide di Roma e mi piace portare gli amici a scoprire Roma. Se dovevo restarmene in centro, tanto valeva rimanere a vivere a Foggia!

Hai voglia di tornare in tv? Cosa faresti?
Cerco compagni di cordata. Oggi è difficile trovare quelli che io chiamo “jazzisti della parola”, gente come Marengo, Frassica, Boncompagni. Ci sono alcuni che improvvisano, ma sono pochi. Quando facevo “Quelli della notte”, dicevo il tema 15 minuti prima di andare in onda e tutti improvvisavano, come nel jazz, perciò le battute erano fresche, non provate. Intanto, ho la mia web tv, e vado in streaming quando voglio.

10 marzo 2014

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