Nasce il Comitato ex Casilino 900

La denuncia dei rom che fino all’anno scorso abitavano nel campo più grande d’Europa: abitazioni inadeguate e isolate. La risposta dell’assessore Belviso: la chiusura un primo passo verso l’integrazione di Jacopo D’Andrea

Piloni di cemento a sbarrare quello che era un ingresso e uno spiazzo sporco dove qualche anno fa erano attive delle pompe di benzina. Questo è ciò che è ancora possibile visitare dell’area in cui sorgeva il Casilino 900, il campo nomadi più grande d’Europa, che fino a dodici mesi fa ospitava 600 rom. Ebbene, a quasi un anno dallo sgombero, avvenuto il 15 febbraio 2010, alle 10 del 26 gennaio si è costituito il Comitato ex Casilino 900 i cui membri sono tutti rom che vivono ora in quattro campi attrezzati (Salone, Camping River, Candoni e Gordiani) e in un centro speciale in via Amarilli.

Questa associazione, si legge nel loro primo comunicato ufficiale, chiede di «stabilire un contatto diretto, e non filtrato, con gli agenti attuatori del Piano Nomadi e con l’Amministrazione Comunale per individuare nuove e reali politiche abitative volte al superamento immediato della dimensione escludente e discriminatoria dei campi nomadi sancita dal Piano Nomadi del Comune di Roma».

In linea con i toni decisi di questo documento programmatico sono state anche alcune voci rom. Mamud, che adesso abita a via Salone (200 rom dell’ex Casilino 900 sono stati trasferiti qui) ad esempio, denuncia: «Intorno al mio campo non ci sono negozi, è isolato; per andare ovunque, serve la macchina e poi stiamo in dei container di 20 metri quadri in cui vivono anche dieci persone». Una donna gli fa eco, infervorandosi: «Ci hanno cacciato da qua (Casilino 900, ndr), a mio genero hanno promesso tante cose: abitazione, lavoro e niente hanno mantenuto». Giuseppe Salkanovic, sempre del campo di via Salone, punta il dito invece sulla situazione scolastica dei bambini rom dicendo che «nei campi il pulmino viene in ritardo e i bambini arrivano a scuola due ore dopo l’inizio delle lezioni». Nenad, portavoce dei rom accolti nel centro di via Amarilli, afferma: «Dove abitiamo non sono nemmeno 32 metri quadri per famiglie anche numerose».

Ma se i rom del comitato dell’ex Casilino 900 lamentano che le loro nuove sistemazioni sono piccole, inadeguate e isolate dal tessuto urbano come risponde il Comune? L’assessore alle Politiche Sociali di Roma Capitale Sveva Belviso afferma: «Per avere un quadro oggettivo, bisogna vedere come si viveva a Casilino 900. Un luogo dove mancavano servizi sanitari, luci e c’erano delle discariche a cielo aperto senza alcuna dignità per la persona umana». «Quindi – continua l’assessore – il primo passo verso l’integrazione era togliere le persone da quel luogo dove si viveva in condizioni inaccettabili per l’Europa e non soltanto per il nostro sistema paese». E le case di cui i rom parlano? L’assessore risponde: «Noi non ci siamo mai impegnati sul fronte case che sarebbero certo la soluzione finale migliore ma non riguardano il Piano Nomadi di Roma Capitale, anche perché Roma ha carenze di strutture abitative sotto forma di case popolari e quant’altro». Belviso assicura, comunque, che «il Comune si sta impegnando per un piano a lungo termine in dieci anni per la chiusura dei campi, attuato con un percorso d’integrazione basato sul recupero della devianza e dell’annullamento di quei comportamenti che portano alla delinquenza». Come? «Favorendo le loro condizioni lavorative affinché i rom possano affittarsi delle case senza bisogno di sussidi» conclude l’assessore.

27 gennaio 2011

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