«Nel nostro Paese pochi lettori ma forti»

Intervista a Giovanni Solimine, docente alla Sapienza e autore di “L’Italia che legge”: solo il 46,8 % degli italiani si accosta a un libro almeno una volta l’anno di Michela Altoviti

Dal 1° al 10 aprile l’Auditorium Parco della Musica ospiterà la seconda edizione di “Libri come”, la festa del libro e della lettura che vuole far scoprire al grande pubblico il sistema della produzione editoriale attraverso incontri, laboratori, corsi. Proprio della lettura e dei consumi culturali nel nostro Paese tratta “L’Italia che legge” scritto da Giovanni Solimine, professore di Biblioteconomia e management delle biblioteche presso la Scuola Speciale per Archivisti e Bibliotecari dell’Università La Sapienza.

Professore, nel suo libro lei raccoglie in cinque agili capitoli le informazioni disponibili sulla lettura in Italia, di provenienza Istat ma non solo, e cerca di tracciare un profilo delle diverse tipologie di lettori. Può sintetizzare i dati più significativi?
Bisogna partire dal luogo comune secondo cui in Italia non si legge. Di sicuro si legge molto meno che in altri Paesi d’Europa: il 46,8% degli italiani si accosta a un libro almeno una volta l’anno rispetto al 70% dei Paesi dell’Unione Europea. Il dato preoccupante è che da circa 15 anni questa percentuale è ferma dopo che, invece, nei decenni passati c’era stato un incremento notevole. Un altro dato che preoccupa è che ci sono pochi lettori ma molto forti, che si affiancano a un numero molto alto di lettori cosiddetti “intermittenti”, che cioè si accostano a un libro ad esempio in occasione dell’uscita di un best seller e poi si allontanano per lungo tempo dalla lettura. Di sicuro va sfatata la convinzione secondo cui i giovani leggono poco: tra gli 11 e i 14 anni la percentuale dei lettori è del 65%, 20 punti in più rispetto alla media, quindi i giovani leggono più degli adulti.

Ma si tratta di letture fatte per piacere o di libri assegnati dagli insegnanti e quindi facenti parte del percorso scolastico?
Esattamente questo è il problema: spesso la condizione positiva riscontrata è troppo legata alla condizione transitoria degli anni della formazione obbligatoria e ciò non produce effetti duraturi nel tempo. Un errore che la scuola commette è il non lasciare libertà di scelta e il proporre testi classici, fondamentali, è evidente, ma ormai datati o legati ai gusti specifici degli insegnati senza andare incontro anche alle richieste dei ragazzi. Basti pensare che i maschi abbandonano la lettura già dai 15 anni, le femmine resistono fino ai 18. Più duraturo è l’effetto che producono invece gli ambienti familiari: i figli di lettori abituali si avvicinano con facilità alla lettura quasi per una forma di ereditarietà. È però evidente come sia necessario consentire a tutti, indistintamente dalle origini, la possibilità di leggere.

La lettura, quindi, come attività democratica. Ma c’è invece una relazione tra condizione socio-economica e tempo (nonché denaro!) dedicato ai libri?
I lettori che chiamiamo “abituali” sono persone che hanno una vita culturale vivace, che vanno a teatro, al cinema che quindi possono permettersi di partecipare alla vita sociale e culturale in modo intenso. Da un lato, la disponibilità economica può favorire la lettura, anche solo consentendo l’acquisto di libri con assiduità, tuttavia non è sempre una questione di denaro: la classe dirigente, secondo dati Istat, legge molto poco.

Comunque superare il problema economico è di per sé semplice se si ricorre al prestito bibliotecario…
Le biblioteche, purtroppo, sono un settore debole nonostante siano più di 15mila in Italia. Ci sono più biblioteche che uffici postali nel nostro Paese però non riescono sempre ad essere un polo attrattivo.

Parlando di novità, l’edizione 2011 di “Libri come” dedicherà ampio spazio all’editoria digitale. Quanto e come le nuove tecnologie influiscono sulla lettura e la sua diffusione?
La lettura come singola pratica culturale va necessariamente collocata nel più ampio contesto della “dieta mediatica”, ovvero l’insieme dei consumi culturali che attraversano media e attività diversi. Esiste una correlazione positiva, a dispetto di uno dei luoghi comuni ancora in vita, fra lettura e uso di una molteplicità di mezzi. Per intenderci, è più probabile trovare un buon lettore fra gli utenti abituali di internet che fra altre categorie di persone. I nuovi strumenti di lettura e le nuove modalità di presentazione del libro, penso agli e-book naturalmente, non sono necessariamente nemici, non c’è un effetto di sostituzione ma, piuttosto, di ridefinizione. Una riflessione a parte si deve fare per i “nativi digitali”, ossia quelle generazioni che non conosceranno affatto la forma cartacea del libro se, ad esempio, i libri di testo verranno in futuro soppiantati da libri in formato digitale.

Continuando a guardare al futuro, quali previsioni si possono fare circa l’editoria e la promozione della lettura?
I segnali sono rassicuranti: i numeri ci dicono che vi è un incremento editoriale e un consumo culturale sempre più diffuso in Italia. Il numero dei lettori può crescere e le condizioni ci sono è però necessario che le parti coinvolte ovvero case editrici, grandi e piccole, librai, bibliotecari, insegnanti si alleino perché il loro interesse è comune e univoco: l’allargamento del perimetro della lettura che è una base solida per un prosperare generale in tutti gli ambiti.

21 marzo 2011

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