Nirast, per i rifugiati che hanno subito tortura

Un network tra i vari centri del Servizio sanitario nazionale per le vittime di abusi e violenze estreme. Il coordinatore Germani: «Prenderci cura di queste persone sotto ogni punto di vista» di Giorgia Gazzetti

Causare estremo dolore e umiliazione a chi è privato di ogni possibilità di difesa, annullare la sua identità e mortificare la sua dignità. Azzerare culturalmente la vittima e annientare la sua personalità. Questo è ciò che ha subito K., una donna africana sulla trentina, nel suo Paese. E anche M., un uomo eritreo, detenuto nelle carceri libiche in condizioni disumane. E quello che subiscono centinaia di rifugiati prima di arrivare in Italia: vengono sottoposti a diverse tipologie di maltrattamento, tortura fisica, sessuale e psicologica, tutte riconosciute nel Protocollo di Istanbul, approvato dalle Nazioni Unite e stilato nell’agosto 1999. Le loro storie sono state raccontate a Roma, dal 25 al 27 novembre, nell’ambito del corso nazionale di formazione “Identificazione certificazione e cura dei richiedenti asilo e rifugiati sopravvissuti a tortura e violenza estrema”, occasione in cui è stato anche presentato il progetto Nirast, il Network Italiano Richiedenti Asilo Sopravvissuti a Tortura.

«Nato nel 2007 – spiega Massimo Germani, coordinatore del progetto e direttore del Centro per le patologie post-traumatiche e da stress presso l’Azienda Ospedaliera San Giovanni-Addolorata di Roma – l’obiettivo del progetto Nirast è quello di realizzare una rete, un network di centri pubblici del Servizio sanitario nazionale specializzati e qualificati nel trattamento dei richiedenti asilo vittime di tortura. Noi vogliamo continuare ad aiutare donne e uomini come K., che oggi sono tornati a vivere una vita normale, dopo un lento e complesso periodo di ricostruzione del sé e del proprio passato con un aiuto a 360°». Attualmente sono 10 i centri Nirast diffusi sul territorio nazionale, proprio nelle stesse città (Roma, Milano, Torino, Gorizia, Caserta, Foggia, Bari, Crotone, Siracusa, Trapani) in cui, con la legge Bossi-Fini, sono state decentralizzate le Commissioni territoriali per il riconoscimento del diritto di asilo. Questi centri, infatti, costituiscono per le Commissioni stesse un riferimento territoriale specialistico e un supporto affidabile nella valutazione dei richiedenti asilo altamente vulnerabili e in particolare per quanto attiene alla loro identificazione e alle relative certificazioni.

Ma quali sono le cifre del fenomeno? «In realtà non ci sono dati ufficiali sulla popolazione dei rifugiati sopravvissuti a tortura in Italia – ammette Germani -. Uno degli obiettivi del progetto Nirast è proprio quello di poter fornire, in futuro, attraverso un database contenuto all’interno del sito web (www.nirast.it) stime e statistiche di varia natura su questa popolazione sicuramente vasta ma per ora “fantasma”. Comunque, secondo una stima indiretta, è possibile affermare che, nel 2008, in Italia sono arrivati, probabilmente, tra i 2.500 e 3.500 rifugiati sopravvissuti a tortura. Dal 2002 – aggiunge – nel Centro per le patologie post-traumatiche e da stress che dirigo sono stati presi in carico circa 700 rifugiati sopravvissuti a tortura e violenze estreme (67% uomini e 33% donne, con un età media di 26 anni). Nei primi 9 mesi del 2009 sono stati presi in carico 86 nuovi casi. Sono persone, a differenza della popolazione immigrata, con una scolarità media-alta, con 8-10 anni di scuola, e con una professionalità lavorativa spesso qualificata (medici, insegnanti, maestre). Tra il 2002 e il 2005, i rifugiati provenivano soprattutto dall’Africa centrale (Congo, Camerun, Togo). Poi il flusso è cambiato e sono cominciati ad arrivare numerosi afgani, iracheni, curdi. Ora stanno aumentando di nuovo gli africani meridionali».

E chi indirizza il rifugiato verso i centri Nirast? «Il centro di Roma, attivo dal 2002 – spiega il coordinatore del progetto – lavora a stretto contatto con il Comitato italiano per i rifugiati, con l’Unhcr, con l’Alto Commissariato Onu, con la Commissione nazionale per il diritto d’Asilo, con le case di accoglienza del territorio, con i centri Sprar, e a volte con il servizio minori del Comune di Roma. Quando un rifugiato viene individuato nei centri di accoglienza come caso problematico, anche tramite i racconti delle violenze subite, viene indirizzato presso i nostri centri, prima ancora di arrivare presso la Commissione per il riconoscimento dello status di rifugiato. Il filo conduttore da cui tutto parte è la volontà da parte nostra di prenderci cura di queste persone, non solo da un punto di vista sanitario ma multi dimensionale, ovvero da un punto di vista medico, sociale, legale, psicologico».

E la storia di K. dimostra quanto sia importante che queste persone vengano prese in cura in tempo. «Dopo aver subito violenze e torture estreme nel suo Paese – racconta Germani -, K. è arrivata in Italia con una depressione grave, con ideazione di suicidio e con grandi sensi di colpa per aver dovuto abbandonare durante la fuga due dei suoi quattro figli. Oggi K. sta ricostruendo la sua vita. Attraverso la partecipazione ad un gruppo teatrale, un percorso di riabilitazione psico-sociale previsto all’interno dei nostri centri, K. ha ritrovato se stessa, ha riscoperto la sua straordinaria voce e il suo talento. Oggi – conclude il coordinatore – K. vive con il marito, che ha rincontrato per caso, qualche tempo fa, alla stazione Termini e insieme hanno avviato la richiesta per il ricongiungimento familiare. Nell’arco di un anno la sua vita è cambiata completamente. Ora è pronta e stabilizzata per affrontare le sfide del suo nuovo presente e fare progetti per il futuro».

30 novembre 2009

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