Obesità, una silenziosa epidemia

Quando il cibo diventa un veleno: intervista al nutrizionista della Cattolica Giacinto Miggiano, direttore del Centro ricerche nutrizione di Emanuela Micucci

Un’epidemia globale. Non usa mezzi termini per definire l’obesità Giacinto Miggiano, direttore del Centro ricerche nutrizione dell’Università Cattolica. Sebbene l’Italia secondo l’ultimo rapporto Osce sul fenomeno sia al quarto poso tra i Paesi più magri, non bisogna abbassare la guardia. L’obesità colpisce il 10% della popolazione. A preoccupare sono i bambini: 1 su 3 è in soprappeso, 1 su 4 obeso. E le proiezioni indicano una crescita di persone soprappeso di oltre il 5% in 10 anni. Non solo. L’obesità è un killer silenzioso, che provoca solo in Italia 52mila morti all’anno. Un problema anche per le casse dello Stato con costi sociali annui superiori a 8 miliardi di euro, il 6,7% dello spesa sanitaria nazionale. Eppure, basterebbe la prevenzione: abitudini alimentazione corrette, vita meno sedentaria.

Oltre 16milioni di italiani sovrappeso e 5milioni obesi. Una crescita a ritmo allarmante, ma lo si diventa gradualmente.
Soprappeso e obesità sono un aumento di peso corporeo, riferito alla massa adiposa o grassa, e definito dall’indice di massa corporea. Valore che si misura dividendo il peso in kg per la propria altezza al quadrato. Se supera i 30kg/mq la persona è obesa. Il rapporto massa magra-massa grassa cambia nelle varie età della vita, tra maschi e femmine, ma deve rimanere entro i limiti. Altrimenti l’organismo soffre.

L’obesità è una malattia?
Il cibo è una medicina, oltre che un piacere, ma può diventare un veleno. Sovrappeso e obesità si accompagnano a malattie metaboliche (cardiovascolari, coronariche, delle arterie, diabete, ipertensione, acido urico, gota, calcoli alle vie biliari, colecisti) o alterazioni di carattere venoso, alla colonna, al ginocchio. Studi recenti hanno mostrato che la parte del corpo dove si deposita il grasso è legata allo sviluppo di questi due tipi di malattie: se il grasso è addominale si avranno alterazioni metaboliche; le altre malattie, meno pericolose, se il grasso è periferico. L’obesità, inoltre, è un’infiammazione cronica di basso grado.

L’obesità infantile in Italia è la più elevata d’Europa. Quattro madri su 10 non si rendono conto che il figlio non ha un peso regolare.
Le mamme non dovrebbero aumentare di peso già in gravidanza. Un bambino obeso rischia di rimanerlo per tutta la vita, perché ha sviluppato durante l’infanzia maggiori resistenze al trattamento. Aumentando la massa grassa, aumentano il volume e il numero delle cellule adipose, che rimarrà da adulto.

Ci sono cause genetiche? Quanto incide l’ambiente?
Esiste una predisposizione genetica se i genitori sono obesi. Ma se le condizioni ambientali sono sfavorevoli non comparirà mai la malattia. Nel 60% dei casi l’obesità ha cause ambientali: cattive abitudini alimentari e stili di vita sedentari. È un’epidemia da affrontare da diversi punti di vista. Il primo passo è la prevenzione. La prima sede è la famiglia. Poi la scuola con docenti formati: il pasto a mensa dovrebbe divenire un momento di educazione alimentare. Quindi, la società, dai massa media alla politica. Si dovrebbe ripensare all’inurbamento, prevedendo aree per passeggiare o correre all’aria aperta. Dare la possibilità di un orario di lavoro spezzato per dedicare tempo al pasto. L’intervento del medico arriva per ultimo.

In cosa consiste la terapia?
È un approccio specialistico multidisciplinare. Al Gemelli ci avvaliamo di psicologi e psichiatri perché l’aspetto psicologico legato al cibo è importante. Su pochi e selezionati casi si ricorre alla terapia chirurgica o all’aiuto di un farmaco. La terapia del nutrizionista consiste nel far riacquistare stili di vita corretti e salutari. Ma per il paziente è un percorso faticoso, dura tutta la vita, costoso.

In Parlamento si discute un disegno di legge che riconosce l’obesità come una malattia. Cosa ne pensa?
Sono favorevole. Perché significa parlare del problema, riconoscerlo a livello politico. Permetterebbe di avere maggiore fondi per la ricerca e la prevenzione. Le spese sarebbero riconosciute dal sistema sanitario nazionale, cosa oggi non prevista.

22 ottobre 2010

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