Padre Spadaro: «In dialogo con l’uomo di oggi»

A tu per tu con il nuovo direttore della Civiltà Cattolica, appassionato di musica e letteratura, ma soprattutto di nuove tecnologie. «È nel codice genetico della rivista fare da ponte» di Mariaelena Finessi

Sul proprio sito web esordisce citando i punti più importanti della sua biografia e, cosa assai rara, già nella prima riga ricorda i suoi genitori e il debito di vita che egli ha nei loro confronti. Un percorso breve vista la giovane età, ma ricco di mete raggiunte, è quello compiuto dal gesuita padre Antonio Spadaro, classe 1966: dal 1° ottobre succede a padre Gianpaolo Salvini quale direttore della Civiltà Cattolica, la rivista dei discepoli di Ignazio di Loyola.

Appassionato di musica e di letteratura, lo è altrettanto di social network: è presente su Facebook, Twitter o Anobii, solo per citarne alcuni. Suo è un blog di “cyber teologia”, «intesa – spiega – come l’intelligenza della fede al tempo della Rete». In questa intervista concessa a Romasette.it, padre Spadaro spiega il lavoro che c’è dietro ogni uscita della rivista di via di Porta Pinciana e, soprattutto, chiarisce perché la Chiesa ha qualcosa in comune con il web.

Oltre che essere la rivista più antica d’Italia, La Civiltà Cattolica è anche un appuntamento che opinionisti e giornalisti, soprattutto laici, aspettano per commentare la vostra lettura (cattolica) dei fatti di cronaca.
Sì, ciò che La Civiltà Cattolica intende offrire ai suoi lettori è proprio questo: il frutto di un’esperienza intellettuale illuminata dalla fede cristiana e profondamente innestata nella vita culturale, sociale, economica, politica dei nostri giorni. Il suo contributo è serio e qualificato ma non elitario: il suo linguaggio, in genere, è piano, comprensibile, non per “addetti ai lavori”. E soprattutto è una rivista che vuole condividere le proprie riflessioni non solamente con il mondo cattolico, ma con ogni uomo impegnato seriamente nel mondo e desideroso di avere fonti di formazione affidabili, capaci di far pensare e di far maturare il giudizio personale.

Ciò che rende originale la rivista, tra l’altro, è la presentazione di spettacoli teatrali e film con un punto di vista tutt’altro che scontato. È quanto accaduto, ad esempio, per “Habemus Papam” del regista e attore Nanni Moretti.
Proprio il rapporto di sintonia speciale con la Santa Sede ci spinge ad esplorare ogni territorio della cultura contemporanea. È nel codice genetico della rivista fare da ponte, interpretando il mondo per la Chiesa e la Chiesa per il mondo, contribuendo a un dialogo aperto, pieno, cordiale, rispettoso.

Padre GianPaolo Salvini, direttore uscente della rivista, aveva puntato fino ad oggi sulle questioni economiche, sulla globalizzazione, ecc. Cosa cambierà per la rivista con la sua nomina? Quali temi saranno maggiormente privilegiati?
I temi trattati dalla rivista non dipendono dalla sensibilità o dalla preparazione specifica del suo direttore. La Civiltà Cattolica è l’espressione del lavoro di un’équipe, e dunque di una ricerca e di una fatica condivisa. Noi scrittori siamo, come ci scrisse Leone XIII nel breve “Sapienti consilio”, «uniti in comunanza di vita e di studi». Io stesso come direttore rientro a far parte, con una responsabilità in più, di un lavoro radicalmente collegiale che è stato guidato con saggezza e liberalità per oltre 25 anni da padre GianPaolo Salvini. Se chiede di me, posso dirle che scrivo per La Civiltà Cattolica ormai da 17 anni, cioè da quando avevo 28 anni.

Da allora ho sempre privilegiato i temi della espressione, della
creatività: letteratura soprattutto, ma anche cinema, arte figurativa, musica contemporanea. Da una decina d’anni a questa parte ho seguito per la rivista le evoluzioni della nuova cultura della comunicazione digitale e del modo in cui essa cambia il modo di conoscere il mondo e di vivere le relazioni. Ma le dico questo solo per dichiarare il mio background personale. La rivista è frutto di una piena integrazione di competenze molto differenziate.

Ormai tutti la considerano “il cyber teologo” della Chiesa cattolica, avendo il merito di saper coniugare la visione cristiana con il mezzo informatico. Esiste tuttavia un limite oltre il quale si rischia di banalizzare la religione?
Sì, ed è tutto nel cuore dell’uomo.

Raymond Carver è forse uno degli scrittori a cui lei è più legato. Una vita travagliata che percepisce in ultimo la speranza di una rivalsa. Sembra proprio – ed è la sua tesi – che nella vita di un uomo, per quanto distante dalla religione, non possa mancare il sacro.
Oggi è necessario un ascolto attento delle esigenze dell’uomo, delle sue forme di espressione, della sua vita sociale, con grande rispetto e cura. Si tratta di un ascolto che potremmo definire anche “spirituale”. La vita spirituale delle persone non è affatto morta perché non può morire. Semmai oggi tende a fuoriuscire dal mondo della confessione religiosa, che a volte sembra essere percepito più come il mondo delle risposte e non anche quello delle domande forti. Le domande allora, non sapendo dove andare, spesso prendono casa nell’esperienza della cultura e dell’impegno nel mondo. Dunque scrivere per noi significa avviare un dialogo con l’uomo d’oggi riconoscendo le sue profonde tensioni spirituali, dovunque e comunque esse si esprimano.

12 settembre 2011

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