Pagine nuove nella storia dell’umanità grazie a Giovanni Paolo II

L’eredità del compianto Pontefice sintetizzata in alcune grandi sfide: l’anelito all’unità delle Chiese cristiane, il dialogo con le principali religioni, l’impegno per la pace e per la difesa della vita di Fabio Zavattaro *

C’è una frase, nell’omelia pronunciata alla Messa di inizio pontificato da Giovanni Paolo II, che è stata letta sempre per la sua forza evocativa – «Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo!» – ma che presuppone un cammino che non si fa fatica a definire preziosa eredità. Non è un caso che lo stesso Papa Wojtyla abbia sottolineato come nemmeno lui, pronunciando quella frase, avesse pensato al dopo, a dove quelle parole lo avrebbero portato: aprite le porte a Cristo, «alla sua salvatrice potestà, aprite i confini degli Stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi di cultura, di civiltà, di sviluppo. Non abbiate paura!».

Nel suo lungo pontificato, quasi 27 anni, il 263mo successore di Pietro ha aperto pagine nuove nella storia dell’umanità. In questa sua continua ricerca lungo le strade del mondo, prevalgono, se così possiamo sintetizzare, alcune grandi sfide: il dialogo, la pace, la vita e la fame nel mondo. Su tutto prevale la grande passione per l’uomo: «In ogni fase e tappa della mia vita – affermava Giovanni Paolo II, parlando all’Università Lateranense – uno dei punti essenziali di riferimento è stata per me l’attenzione alla persona, posta al centro di ogni indagine filosofica e teologica». In modo ancor più solenne troviamo una affermazione analoga nella sua prima enciclica, Redemptor Hominis, scritta appena 5 mesi dopo la sua elezione: «L’uomo è la prima e fondamentale via della Chiesa». Ma prevale anche il suo messaggio di speranza, pur nella complessità di una stagione della vita della chiesa. Una Chiesa, scrive il Papa proprio nella Dominum et vivificantem, che deve continuare ad essere nel mondo moderno «custode di speranza» come lo Spirito Santo. Così facendo aiuterà a riportare nel mondo il senso divino della vita umana.

Attenzione all’uomo, messaggio di speranza. Lungo queste linee guida si snoda il cammino di Giovanni Paolo II, un Papa che ha vissuto il Concilio e per questo mette in primo piano la questione del dialogo ecumenico e interreligioso. Così va a trovare le Chiese della riforma, visita le comunità anglicane, incontra il mondo ortodosso. L’anelito all’unità delle Chiese sarà per Papa Wojtyla un punto costante del suo Magistero, assieme al dialogo con le grandi religioni monoteiste. Proprio questo impegno lo porterà a chiedere ai leader religiosi di spendersi per il processo di pace e riconciliazione. E lo farà in modo evidente chiamando i leader religiosi ad Assisi per ben tre volte, per pregare per la pace in Iraq e in Medio Oriente, e nella ex Jugoslavia. Grida più volte il Papa il suo «no» alla guerra proprio perché lui appartiene «alla generazione che ha vissuto, e grazie a Dio è sopravvissuta» alla seconda Guerra Mondiale. La guerra, ricorda ancora, non risolve i problemi; al contrario li aggrava. Così nei giorni della crisi nella ex Jugoslavia Giovanni Paolo II chiama in causa l’Europa e la sua incapacità di operare nell’area dei Balcani; invoca il diritto all’ingerenza umanitaria «per disarmare chi vuole uccidere», un diritto-dovere che hanno gli Stati Europei e le Nazioni Unite, «un diritto in favore dell’umanità e questo vale per tutti, cristiani e musulmani».

Instancabile poi, il suo sforzo per togliere qualsiasi venatura religiosa al terrorismo, ai conflitti, all’odio e alla violenza, commessi non in nome di Dio, ma oltraggiando il suo nome. I pilastri della vera pace sono la giustizia e quella particolare forma dell’amore che è il perdono, che si oppone al rancore e alla vendetta, non alla giustizia. Il perdono potrebbe sembrare una debolezza, invece presuppone una grande forza spirituale e un coraggio morale a tutta prova. Lungi dallo sminuire la persona, dirà, il perdono la conduce ad una umanità più piena e più ricca.

Altra grande sfida, la vita: «primo dono» che Dio ha fatto all’uomo, e «prima ricchezza di cui l’uomo può godere». Con forza Giovanni Paolo II ripeterà che lo Stato ha il compito primario di tutelare e promuovere la vita; di difenderla dal suo concepimento fino alla fine naturale. «Nulla pertanto è eticamente ammissibile che ne violi l’integrità e la dignità». La vita richiama subito alla mente la famiglia; per questa cellula primaria della società Papa Wojtyla pregherà e spenderà molte parole, perché sovente oggi è «minacciata da fattori sociali e culturali che fanno pressione su di essa rendendone difficile la stabilità; ma in alcuni Paesi essa è minacciata anche da una legislazione, che ne intacca – talvolta anche direttamente – la struttura naturale, la quale è e può essere esclusivamente quella di una unione tra un uomo e una donna fondata sul matrimonio».

Infine povertà e fame nel mondo. La sua voce si leva più volte; e forte è l’accusa al Nord ricco che sfrutta il Sud del mondo. Il Papa dice di voler essere «la voce di coloro che non possono parlare o di coloro che son fatti tacere, per essere coscienza delle coscienze, invito all’azione, per recuperare il tempo perduto che spesso è tempo di sofferenze prolungate e di speranze non soddisfatte». Parla di un mondo che «non può più aspettare», che attende che venga riconosciuta «in modo pieno ed efficace la sua dignità». Un mondo, continua, che ha «diritto che lo si rispetti; che non lo si privi, con manovre che a volte equivalgono a vere spoliazioni, del poco che possiede»; ha diritto, ancora, «che cadano le barriere di sfruttamento, spesso fatte di egoismi intollerabili».

* Vaticanista Tg1

26 aprile 2011

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