Papa Wojtyla nel ricordo di Svidercoschi

Il giornalista ospite della parrocchia di Santa Chiara: «Non è stato un Papa politico ma un uomo totalmente immerso in Dio. Era l’uomo della Parola, che aveva unito vita attiva e vita contemplativa» di Emanuela Micucci

Con il Vangelo nelle mani. Giovane sacerdote a Cracovia, poi vescovo e cardinale in Polonia. Pontefice a Roma e per 7 volte in viaggio per il mondo nei suoi 26 anni di pontificato. Un’esperienza radicale del Vangelo, quella fatta da Giovanni Paolo II, fino alla fine dei suoi giorni, il 2 aprile di 6 anni fa. A un mese dalla beatificazione, il 1° maggio, Gian Franco Svidercoschi, tra i biografi di Papa Wojtyla, ieri (mercoledì 30 marzo 2011) nella parrocchia di Santa Chiara ne ha ricordato l’eredità.

Una santità quotidiana vissuta nei rapporti con gli altri, nella preghiera, nella gioia, nella sofferenza, attraverso una religiosità semplice e profonda, che tutti possono vivere. «Non c’era nessuna distanza tra il Wojtyla privato e il Wojtyla pubblico, tra l’uomo e il Papa – sottolinea -. Non è stato un Papa politico ma un uomo totalmente immerso in Dio. Pregava continuamente e dappertutto. Era l’uomo della Parola, che aveva unito vita attiva e vita contemplativa». Si spiega così quel «profumo di santità» con cui ha trasformato la Chiesa. «Un Papa carismatico, missionario – afferma il giornalista -, che credeva nella speranza forgiata dalla fede, sostenuta dallo Spirito e alimentata da ogni persona».

La memoria corre al primo discorso da Pontefice: «Non abbiate paura. Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo». E prima ancora al 16 ottobre 1978, quando, dopo la fumata bianca che ne annuncia l’elezione, si presenta ai fedeli in piazza San Pietro come «nuovo vescovo di Roma, non come nuovo Papa, perché vuole essere prima di tutto un pastore», sottolinea il biografo ricordando i 10 metri che precedettero quel momento. Con Wojtyla che si domanda cosa dire ai fedeli, il cerimoniere che gli ricorda che deve solo benedirli; il Pontefice insiste per parlare, il sacerdote sottolinea che non l’hanno fatto i predecessori. Poi, l’annuncio del nuovo Papa. Giovanni Paolo II si affaccia dalla loggia, saluta. La folla risponde e lui parla. Mentre accanto il cerimoniere ripete: «Adesso basta».

Svidercoschi racconta lo stile di vita umile di un Pontefice che pagava le telefonate che dall’appartamento papale faceva agli amici in Polonia. Tutto il suo pontificato, aggiunge, è stato proteso verso il Giubileo del 2000, «perché la Chiesa varcasse la soglia del terzo millennio purificata». Di qui le sue richieste di perdono. «Nel suo ministero “seminava”, poi lasciava che lo Spirito tirasse fuori qualche protagonista: i giovani ritenuti lontani dalla fede; i movimenti, risposta all’attuale esigenza di evangelizzazione; le donne, con cui si recupera l’aspetto più misericordioso della Chiesa». Questa l’eredità spirituale di Wojtyla. Insieme alla fiducia incrollabile nella dignità ogni uomo e all’idea di una Chiesa più carismatica, con l’apertura ecumenica e interreligiosa, che non ha paura della modernità. «La sua beatificazione è una grande occasione – conclude Svideroschi- per rivivere il suo messaggio».

«Ero una dei giovani della Gmg di Tor Vergata – ricorda suor Alessandra -. Sentivo che andavo a incontrare Gesù. Il Papa non parlava a una folla indefinita ma parlava a me con quella frase: “Se sarete quello che dovrete essere incendierete il mondo”». E tanti, nell’auditorium, annuiscono emozionati. «Durante la Missione cittadina – aggiunge Marina – all’Eni, dove lavoro, si è creato un gruppo ancora attivo che ci ha permesso di parlare di Dio nell’ambiente del lavoro». E ricordi si sommano ai ricordi. Oggi, conclude don Cesare Bissoli, docente della Salesiana e moderatore della serata, «bisognerebbe introdurre bambini e adolescenti al messaggio di Giovanni Paolo II».

31 marzo 2011

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