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Patch Adams e la “rivoluzione della gioia”

«La compassione, l’umorismo, la gioia e l’amore sono forze rivoluzionarie». Il dottor Hunter Doherty, meglio noto come Patch Adams, medico statunitense inventore della clown terapia, non smette la sua divisa da lavoro per tenere la sua prima conferenza in un ospedale romano, al Policlinico Gemelli, mercoledì 4 giugno. Trasmette il suo messaggio e condensa tutto quello che ha imparato in quarant’anni di professione medica a dir poco alternativa, indossando le sue scarpe taglia 60, pantaloni a fiori e un’improbabile camicetta multicolore. Ogni tanto, dal suo trolley, tira fuori i suoi ferri del mestiere: ora degli slip giganteschi, ora un escremento di plastica, ora un palloncino per produrre peti artificiali. Centinaia di studenti di medicina, che gremiscono l’aula Brasca occupandone banchi, gradini e ogni spazio calpestabile, lo ascoltano divertiti, curiosi, commossi.

Nonostante la sua dichiarata diffidenza verso la religione, li invade la sensazione che Patch Adams sia una specie di santo vestito da clown. «Chiunque – spiega il medico americano, il cui volto, nella memoria di tutti, si sovrappone a quello di Robin Williams, l’attore che lo impersonò nel film del 1999 di Tom Shadyac – può essere una persona compassionevole, tutti i giorni. Vorrei distogliervi dall’idea che andare alla sofferenza mi privi della mia forza. Prendersi cura di un’altra persona è un’esperienza energizzante. La felicità la si ottiene quando ci si spende per gli altri. Non sono mai sazio di questo. Se siete medici o infermieri e alla fine della giornata vi sentite stanchi, forse non state cogliendo il punto della vostra missione».

L’umorismo, colonna portante della sua professione medica, ha salvato la sua vita, dice, ma prima, altre parti del corpo. «Quando ero bambino molti bulli volevano picchiarmi. Ma scoprii che se riuscivo a farli ridere non andavano a fare del male a nessun altro. Dunque l’umorismo prima di avermi salvato la vita mi ha salvato… il lato B». Poi, durante l’adolescenza, la drammatica scoperta che quella stessa violenza nutriva anche l’esistenza delle nazioni. «A 16 anni piangevo nel letto per ore, mi rendevo conto che il mondo in cui vivevo era falso. Per tre volte in un anno fui ricoverato in un ospedale psichiatrico perché avevo tentato di togliermi la vita. Non volevo vivere in un mondo che professava violenza e ingiustizia. Poi mi ricoverarono ancora. Ma in quell’occasione rimasi folgorato, mi dissi: “Stupido, non devi toglierti la vita ma fare la rivoluzione!”. Ogni cosa che mi sentite dire oggi proviene dai principi di questa rivoluzione: la rivoluzione della gioia, dell’amore e del divertimento».

Dopo la crisi, la risposta. «Presi due decisioni. Constatai che la mia nazione non si prendeva cura delle persone più in difficoltà, quindi decisi di diventare un medico in grado di fornire assistenza sanitaria gratuitamente. La seconda decisione era personale. Mi chiesi in che modo potevo essere un strumento al servizio della pace e della giustizia in ogni istante della mia vita. Decisi di essere una persona felice, divertente e amorevole per tutta la vita. Lo faccio da 51 anni e non mi ammalo più».

In pochi anni, dal 1971 al 1983 prese corpo il progetto pilota di un ospedale gratuito, raccontato dalla pellicola di Shadyac. Oggi, l’impegno di Patch Adams si è allargato abbracciando tutto il mondo. «In questi anni abbiamo avuto circa 6mila partecipanti a questo progetto. I clown oggi vanno negli ospedali in oltre 120 Paesi. Ho visitato 74 Paesi per tenere seminari. Nelle prossime settimane sarò in altre 11 città. Il più grande donatore della nostra Fondazione è una famiglia italiana».

Dopo la conferenza Patch Adams ha incontrato i bambini ricoverati nelle Unità operative di Oncologia pediatrica e di Neurochirurgia infantile del Gemelli. «Ci sono voluti quattro mesi di contatti, gestiti da mio figlio, per portare Patch al Gemelli. Tutto il compenso per le sue conferenze – spiega Silvia Riccardi, presidente di “Ali di Scorta”, associazione che ha organizzato l’incontro e offre sostegno psicologico, economico e logistico alle famiglie di bambini malati – va nelle casse della sua Fondazione. Lui vive infatti da persone povera, modesta. Il suo compenso è piuttosto cospicuo per un’associazione piccola come la nostra. Ma ora che l’ho sentito parlare pagherei anche il doppio».

5 giugno 2014