Pio XII, “Defensor civitatis”

A 70 anni dalla liberazione, un convegno ha fatto il punto sull’impegno del pontefice in quegli anni drammatici. Lo storico Guiducci: ferma opposizione del Papa contro le “marocchinate” di Mariaelena Finessi

La sera del 4 giugno 1944, dopo nove mesi di occupazione tedesca, Roma è libera e il suo popolo acclama il Pontefice, Pio XII, come il salvatore della città tributandogli il titolo di Defensor civitatis. A 70 anni esatti da quegli eventi, mercoledì 4 giugno si è tenuto nella Capitale un incontro presso la Curia generalizia dei padri Gesuiti per ricordare le iniziative adottate da Pacelli in quelle drammatiche circostanze. All’appuntamento, organizzato dalla postulazione della causa di canonizzazione di Pio XII, hanno preso parte, tra gli altri, l’ebreo romano, poi convertito, Renato Astrologo – sopravvissuto al bombardamento del quartiere San Lorenzo grazie al riparo presso le monache di clausura del monastero di Santa Susanna in via XX Settembre – e lo storico Pier Luigi Guiducci, docente alla Lateranense e alla Salesiana. Autore, quest’ultimo, di numerosissimi studi, supportati da materiale originale, sull’impegno del pontefice a favore degli ebrei, oltre che scopritore di un carteggio che dimostrerebbe l’opposizione del Papa alle violenze sessuali perpetrate nei confronti delle donne, e non solo, sul finire del conflitto mondiale, quando i “goumiers”, nord africani incorporati nell’esercito francese per combattere i nazisti che occupavano l’Italia centrale, ebbero via libera, come per una sorta di “ricompensa”, agli stupri di massa. Nel Lazio si arriverà a una cifra di alcune migliaia di violenze.

Un dato documentato da referti medici e denunce ai Carabinieri (anche se di altre migliaia si ha solo una memoria orale), che include donne e uomini, preti e suore, bambini e anziani. «A difendere la popolazione c’erano i sacerdoti del posto – racconta Guiducci -. Fra tutti spicca la figura del parroco di Esperia, don Alberto Terilli, che nascose tre donne in sacrestia. Alcuni goumiers vi irruppero sfondando la porta e violentarono le donne. Il prete, trascinato in piazza, subì violenza per una notte e morì dopo due giorni per gli oltraggi ricevuti». A chi accusa il Vaticano di essere intervenuto tardi per fermare una tale barbarie, che ispirò anche il romanzo di Alberto Moravia “La ciociara”, lo storico replica che «questo non è vero». Da una corrispondenza epistolare intercorsa tra il cardinale francese Eugène Tisserant e il generale Alphons Juin, scovata appunto da Guiducci in un archivio privato oltralpe, emerge «la volontà di Pio XII di fermare le violenze. Il Papa, attraverso la Segreteria di Stato, farà trasmettere da Tisserant un dossier di denunce».

Ci sarà anche un fatto importante: «Quando i francesi festeggeranno a Siena liberata l’annuale festa della loro Repubblica, Tisserant sarà invitato ufficialmente da Juin, ma Pio XII non autorizzerà il cardinale a lasciare il Vaticano. Dopo le tragedie in Ciociaria non c’era nulla da festeggiare». Forte solo «dell’autorità morale», Pio XII fece il possibile per scongiurare quelle che sono passate alla storia come “marocchinate”. E se in seguito alla guerra poco poté essere fatto per punire i violentatori e coloro che li avevano “tollerati”, la ragione va cercata altrove. «Il problema più evidente – denuncia in ultimo Guiducci – fu legato al trattato di pace con l’Italia del 1947 che impegnava il nostro Paese a rinunciare a presentare reclami agli Alleati per qualunque situazione avvenuta durante il secondo conflitto mondiale».

5 giugno 2014

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