Pippo Delbono all’Argentina, mix di linguaggi

La paura degli altri e il bisogno inevitabile dell’accoglienza al centro della poetica elaborata di un autore che caratterizza il suo teatro con la ricerca continua di verità sull’uomo di Toni Colotta

Al tempo in cui si era acceso l’interesse per il teatro rappresentato con i disabili, o diversamente abili, Pippo Delbono colpì l’attenzione di un pubblico vasto col suo spettacolo “Barboni” (1997). Protagonista era Bobò, un sordomuto analfabeta strappato al manicomio dopo anni e anni di detenzione: Delbono, detto malamente, coglieva nel suo gesto essenziale, antiretorico gli elementi di una tecnica orientale di recitazione. Bobò, insieme ad altri riccamente dotati, è rimasto al fianco del suo scopritore, la cui creatività di teatrante però va ben al di là della pur lodevole integrazione sociale.

Siamo in presenza di una poetica elaboratissima che va diritta al cuore e all’intelletto dello spettatore senza «narrare» azioni nel senso tradizionale. Si direbbe “teatro di ricerca” secondo una classificazione ormai datata, ma è ricerca di verità sull’uomo con un mix di linguaggi espressivi sempre nuovo ed esteso. All’Argentina, fino al 13, è in scena “Dopo la battaglia”, il più recente Delbono, viaggiatore, come a lui piace definirsi, «tra la paura degli altri e il bisogno inevitabile dell’accoglienza verso gli altri, una schizofrenia tra il bisogno di verità e la menzogna costante». «Vedo – dice – pensieri malati ma a volte vedo anche in questo luogo grigio, opprimente, claustrofobico, squarci incredibili di luce».

Il suo è un bisogno «di ritrovare ancora la rivolta, di ritrovare una lucidità, di ritornare a parlare dell’amore, a parlare con il corpo, a parlare con i suoni, a parlare con la danza». La trama di questo tessuto, composito di diversi codici di espressione, è tenuta insieme fisicamente da lui stesso, Pippo Delbono, come una guida fra platea e palcoscenico, che evoca i pensieri poetici di Dante, Kafka, Alda Merini, Pasolini, Whitman, Rilke, intrecciati alla danza di Grazia Spinella, e altro, che ci rende partecipi di un vivido affresco scenico. Di questo artista visionario è stato detto che «difende la bellezza attraverso l’arte contro l’osceno dilagante della volgarità, dell’indifferenza, dell’ipocrisia».

Un messaggio e un metodo, quelli di Delbono, che lo hanno portato ad esibirsi, oltre che ad Avignone, nelle sedi d’Europa e d’oltreoceano più rappresentative di un teatro immagine dei tempi che viviamo. Tanto da essere conosciuto più all’estero che in Italia. Dagli anni ’90 con spettacoli dai titoli rivelatori: «La rabbia», «Guerra», «Esodo», «Il silenzio», «Questo buio feroce», «La menzogna», «La paura». Così si ritrae Delbono: «Il mio teatro è segno, azione e muscoli in movimento, equilibrio, leggerezza, pesantezza, pause, silenzio».

7 novembre 2011

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