Rime romanesche per raccontare la Chiesa “all’ombra del cuppolone”

Presentato il volume di poesie di padre Lucio Zappatore dedicato agli ultimi tre Papi. Il ricavato a sostegno delle missioni carmelitane. L’autore: «La mia vena poetica, nata con la morte di Giovanni Paolo II» di Daniele Piccini

«Quella stretta de mano arissomija/ a quanno che se core la staffetta:/ ch’uno se ferma e l’artro s’aripija/ e passa er testimone a chi l’aspetta». Nella poesia in romanesco di padre Lucio Zappatore l’abbraccio tra Papa Francesco e Benedetto XVI, lo scorso 23 marzo a Castel Gandolfo, diventa un gioco di squadra, in una corsa verso il domani. Oppure, sul registro di un’ironia tutta romana, la visione de “L’imbriaco de li Castelli” che, sotto l’effetto del vino, crede di vederci doppio:«Io quanno che so’ sbronzo vedo doppio:/ du’ seggiole, du’ frati… che vòi fa…/ Ma stavorta potevo restà stroppio:/ nun ho visto du’ Papi a chiacchierà?».

Le vicende della Chiesa di Roma strappano un sorriso e a volte una lacrima, anzi un “luccicone”, di commozione quando rivivono nel romanesco di padre Zappatore, carmelitano, 70 anni, originario di Roma (Rione Monti), che sabato 8 febbraio nella sua parrocchia di Torre Spaccata, Santa Maria Regina Mundi, ha presentato la sua nuova raccolta di poesie: «All’ombra der cuppolone. Poesie in dialetto romanesco dedicate agli ultimi tre Papi». Stampato a cura dell’Accademia Belli, con disegni di Angela Cofano, il ricavato dalle offerte per il libretto servirà alla realizzazione di un progetto culturale delle missioni carmelitane in Colombia.

Già noto alle cronache per aver sollecitato, il 26 febbraio 2004, durante un incontro con i parroci romani, Papa Giovanni Paolo II, vescovo di Roma, ad un’ormai celeberrima “performance” in dialetto romanesco – «Damose da fà», «Volemose bene», «Semo romani» – padre Zappatore riconosce il suo debito verso Papa Wojtyla per la nascita della sua ispirazione. «La mia vena poetica – ammette il religioso, alla guida di Santa Maria Regina Mundi, dal 1986 al 1997 e dal 2000 ad oggi – è nata con la morte di Giovanni Paolo II. E da lì, umilmente, mi sono messo a studiare il dialetto romanesco. Papà di Lecce e mamma di Udine: la Provvidenza ha voluto che io nascessi a Roma. Nel Rione Monti è nata la mia passione per l’essere romano. Passione che ho cercato di portare in questa parrocchia: i nostri ragazzi non devono sentirsi bulletti di quartiere, ma “romani de’ Roma”». La Città Eterna, osserva ancora padre Zappatore, «è accogliente e tollerante, capace di sdrammatizzare e ridere sopra anche alle cose più tristi. Con le mie poesie voglio testimoniare quanto è bello essere romano e scrivere in romanesco».

Un esercizio stilistico non scontato, che richiede studio e approfondimento se non si vuole scadere nello pseudo romanesco. «Ho studiato la grammatica romanesca per essere romano vero e scrivere romanesco. Il romanesco – conclude padre Zappatore – è bello, può toccare tutte le corde del cuore. Invece ci siamo abituati al fatto che il romano sia volgare». Quello che si ascolta per le strade, puntualizza Giuseppe Renzi, presidente dell’Accademia Giuseppe Gioacchino Belli e docente di linguistica e dialettologia all’Università Popolare di Roma, «non è romanesco ma “romanoide”, un misto tra italiano e romanesco con parole inventate. Oggi assistiamo alla romanizzazione dell’italiano. La lingua romanesca parlata oggi è volgare, antipatica e senza rispetto per le tradizioni autenticamente romanesche. Se si vuole scrivere in romanesco si deve conoscerlo. Padre Zappatore si è avviato per una strada costruttiva».

La presentazione del volumetto diventa occasione per una riflessione sul dialetto della Capitale. «La tipica espressione del romanesco – prosegue Renzi – è la sintesi e la forza descrittiva del linguaggio. Per esempio “Alla fin fine” diventa “allo strigne li panni”. Il romanesco ha infatti appena 8-9 mila parole». Attenzione poi alla differenza tra romanesco e gergo. «Usare “fetta” per “piede”, o “rota” per “scarpa” è gergo, non romanesco. La differenza è che il gergo dura per un periodo e poi muore, mentre il romanesco è desinato a durare».

Domani, martedì 11 febbraio, padre Zappatore consegnerà le poesie «All’ombra der cuppolone» al cardinale Agostino Vallini, vicario per la diocesi di Roma di Papa Francesco che «co sto nome sulle spalle, hai visto/ mai che riuscirà a raddrizzà er timone,/ a mette tutti in fila appresso a Cristo,/ e a sistemà magara er Cuppolone?».

10 febbraio 2014

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