Roby Facchinetti ripercorre la storia dei Pooh

Parla lo storico cantante italiano, reduce con la sua band da un concerto e da un Dvd che ha incassato un enorme successo. L’artista “rispolvera” la sua storia di Emilio Fabio Torsello

«L’ultimo gruppo a cui riconosco una certa originalità sono i Police. Le formazioni nate dopo di loro sono state solo copie delle copie perché ormai era già stato inventato tutto» ed oggi siamo davanti ad «un impoverimento» drammatico del panorama musicale italiano. Roby Facchinetti, cantante storico dei Pooh, lo dice chiaramente: gruppi musicali come i Pooh, sono «irripetibili».

Reduci da un concerto da cui è stato tratto un Dvd record di vendite, i Pooh hanno deciso di rispolverare la loro storia, tirando fuori dagli armadi di collezionisti e fan i “cimeli” di concerti e momenti che hanno segnato la loro carriera.

I Pooh sono giunti a un livello tale di presenza sulla scena musicale da riuscire a organizzare una mostra per raccontare la loro storia?
Sicuramente. Questa mostra (5 e 6 giugno al Palabam di Mantova, ndr) l’abbiamo voluta e desiderata perché ci siamo resi conto che in questi anni sono nati molti collezionisti che ruotano attorno ai Pooh. Uno di questi, ad esempio, ha il biglietto d’ingresso al primo concerto in un minuscolo teatro in cui debuttò Dodi. Si tratta di vere e proprie rarità. Attraverso un collezionista storico di Mantova abbiamo voluto quindi allestire questa mostra che resterà aperta per due giorni e vedrà la nostra partecipazione insieme a due cover band. Ripercorrere i propri passi in questo modo per me significa ripercorrere anche una storia personale che è inscindibile da quella dei Pooh.

Le cover band sono il sinonimo di un successo radicato: altri musicisti decidono di suonare le vostre canzoni.
Quattro anni fa abbiamo contato almeno 200 cover band, tra queste ne abbiamo scelte cinquanta e le abbiamo riunite presso il comune di Ponte di legno, in provincia di Brescia. Il dato interessante è che si trattava di gruppi composti in prevalenza da giovani dai 20 ai 35 anni.

La vostra musica, dunque, non sta risentendo degli anni che si porta sulle spalle.
Penso proprio di no. Soprattutto perché rappresentiamo una generazione di artisti che appartengono a un periodo storico – gli anni Sessanta – dove la musica ha provocato qualcosa di unico e irripetibile: ci si poteva esprimere al massimo delle proprie capacità e gli usi e i costumi delle persone sono cambiati anche grazie alle nuove sonorità.

Come inquadri il pop all’interno del panorama dei generi musicali?
Dal mio punto di vista, il genere sinfonico rappresenta la musica con la “M” maiuscola. È nato in un periodo storico irripetibile e proprio per questo ha conosciuto compositori come Beethoven o Mozart, personaggi che non potrebbero ripetersi oggi. L’opera sinfonica è la musica intesa nella sua completezza. Un gradino più in basso c’è l’operistica dove però il canto e la storia hanno impoverito le possibilità espressive e le potenzialità della musica. Dall’operetta si arriva poi al pop degli anni Sessanta.

Veniamo ai giorni nostri…
Il pop è un’espressione di melodie, armonie e contenuti e da questo punto di vista oggi siamo davanti ad un ulteriore impoverimento. Mancano gli autori, l’esperienza e l’approccio nei confronti della musica è cambiato: la si riconosce dal semplice “suono” e non si fa attenzione ai contenuti armonici o melodici. È cambiata anche la concezione dell’unicità e dell’importanza dell’artista: prima si restava in attesa dell’uscita di un album fuori dai negozi, in modo da essere i primi a comprare il disco e si passavano giornate intere a studiarne armonie e contenuti. Oggi invece la musica si ascolta mentre si fa anche altro. L’ultimo gruppo a cui riconosco una certa originalità sono i Police. Le formazioni nate dopo di loro sono state solo copie delle copie perché ormai era già stato inventato tutto.

28 maggio 2010

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