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Said e quella notte di bombe in Palestina

Said non era pronto. Non si aspettava quella telefonata il 16 luglio scorso. Erano le forze israeliane che lo avvertivano dell’imminente bombardamento. Said ha da poco preso un Master in Cooperation and development a Pavia, poi è tornato nella sua terra natia, la Palestina. Dopo quella pioggia di bombe si è reso conto di essere un uomo fortunato in fin dei conti. Non ha più una casa ma ha ancora la vita. La porta con sé, nel suo peregrinare da sfollato con l’intera famiglia. Ma non è più la stessa. In una lettera scritta al Volontariato internazionale per lo Sviluppo (Vis), il ragazzo usa un aggettivo per parlare della sua esistenza: «congelata».

Said ricorda ancora quella notte di bombe, difficilmente la dimenticherà: «Sei ore sono trascorse come fossero sei anni, durante quella notte c’è stato un momento che ha separato la morte dalla vita: abbiamo sentito il fischio di un razzo che arrivava e un momento dopo una grande esplosione. Grazie a Dio non ci ha colpito e noi siamo ancora vivi. Al mattino, ho raccolto tutto quello che potevo prendere e ho portato la mia famiglia in un posto sicuro»

Il Vis «è con Said», si legge in un comunicato diramato dall’organizzazione non governativa nata in Italia nel 1986, «è con la sua famiglia, con tutte le persone colpite dalla guerra, dalla violenza», poi l’appello: «chiediamo il rispetto del diritto internazionale e il cessate il fuoco immediato, efficace e duraturo. Ci uniamo alle parole di Papa Francesco: “la violenza di vince con la pace”». Il presidente dell’Associazione, Nico Lotta ha aggiunto: «Sarà difficile guarire le ferite di questa nuova ondata di odio e dolore, ma sin d’ora affermiamo la volontà di proseguire il nostro lavoro in Medio Oriente per garantire a tutti i bambini e giovani il diritto ad una esistenza serena, alla vita e ad una crescita piena».

21 luglio 2014