“Salute senza esclusione” per le marginalità sociali

I dati del Rapporto presentato il 22 aprile nel convegno patrocinato dalla Società Italiana di medicina delle Migrazioni di Mariaelena Finessi

Stimati intorno alle 8mila presenze distribuite in 33 insediamenti, di cui solo alcuni attrezzati o semiattrezzati, i Rom e i Sinti – tra coloro che vivono a Roma – sono i più esposti al rischio di contrarre malattie a causa della marginalità sociale e del ridotto ricorso alle cure mediche. È sulla base di questa evidenza che il Gris – Gruppo Immigrazione e Salute del Lazio ha messo in piedi una specifica campagna informativa e operativa affinché i nomadi possano accedere ai servizi socio-sanitari, o perlomeno conoscere ciò che la Sanità pubblica può fare per loro.

I risultati dell’iniziativa, che ha ottenuto tra gli altri il supporto della Caritas diocesana, sono stati quindi raccolti nel Rapporto “Salute senza esclusione”, presentato il 22 aprile nel corso di un convegno patrocinato dalla Società Italiana di medicina delle Migrazioni. Tra i partecipanti, Salvatore Geraci, responsabile dell’Area sanitaria della Caritas, Giovanni Baglio, ricercatore dell’Istituto superiore di sanità e Laura Casciani, dell’Agenzia di Sanità pubblica del Lazio. «La scelta di descrivere analiticamente l’esperienza – spiega Geraci – è quella di lasciare traccia di ciò che è stato fatto e di come è stato fatto perché, se adeguato, possa essere da stimolo per altre realtà territoriali».

La campagna, durata due settimane, si è svolta nei mesi di ottobre e novembre 2006 ed ha coinvolto 140 operatori sanitari delle cinque Asl dell’area metropolitana di Roma e molti altri volontari del privato sociale. Tutti nei campi ad incontrare la popolazione zingara per diffondere informazioni sui servizi socio-sanitari territoriali e sugli stili di vita che favoriscono una buona salute. Durante le visite sono state anche offerte semplici prestazioni mediche quali la misurazione della pressione degli adulti che ha permesso di annotare una ipertensione nel 77% dei casi.

Circa 2000 le persone contattate, corrispondenti al 30% dell’intera popolazione nomade, in media un contatto per nucleo familiare. Nella maggior parte dei casi “stanziati” nei territori delle Asl B e C, dei Municipi VII (è l’esempio del campo “Casilino 900”), VIII (“Salone”) e XII (“Pontina”). Il 60% delle volte si è trattato di donne, con un’età compresa tra i 15 e i 39 anni. Quella del Gris non è tuttavia un’iniziativa isolata ma si ricollega alla campagna vaccinale condotta con successo nel 2002 in tutti i campi nomadi della Capitale, nel corso della quale sono stati vaccinati circa 2mila bambini, con una riduzione della scopertura vaccinale dal 40% al 9%.

Cosa resta di questa esperienza? «Certamente la metodologia – conclude Geraci -, le sensazioni umane e professionali, qualche progetto. In genere un’attenzione maggiore per questa popolazione almeno da parte degli operatori che hanno partecipato alla campagna, “l’iscrizione” più o meno legittimata nelle agende delle aziende sanitarie romane del tema della tutela sanitaria dei Rom». Infine, «la conoscenza di una popolazione al di là dei luoghi comuni e dei pregiudizi».

23 aprile 2008

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