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Segretariato sociale per la vita: una famiglia, perché nessuna madre resti sola

Siamo a Roma. È un caldo pomeriggio d’estate o un freddo mattino d’inverno o un momento a piacere di una di quelle mezze stagioni che non ci sono più. Ci troviamo in una stanza in periferia o in un appartamento al centro o in un quartiere qualsiasi a mezza strada fra piazza Venezia e il Raccordo. Quand’ecco, nella “finestra di controllo” del test preso in farmacia compare la seconda linea rosa. Ed è allora che succede. I 2 milioni e mezzo di abitanti dell’Urbe spariscono in blocco e lei resta sola. Lei: la ragazza o la donna, italiana o straniera, sposata o nubile. Che si scopre incinta di una gravidanza non voluta.

Il Segretariato sociale per la vita nasce – nell’ormai lontano 1985, il 21 di aprile di quasi trent’anni fa – proprio per non lasciare sola questa “lei” spaventata di fronte a una gravidanza inattesa e fortemente tentata dalla possibilità di ricorrere all’aborto. Da allora ha seguito circa 13.500 mamme contribuendo a far nascere oltre 2.600 bambini, sostenendosi principalmente grazie al contributo dell’8xmille della diocesi di Roma.

Un progetto, quello del Segretariato, che, come si legge sul sito (www.segretariatoperlavita.it), trae origine dall’esperienza della Comunità della Quinta Dimensione di don Giuseppe Leonardi, che quasi da subito fu ciò che è tutt’ora: un luogo di consulenza con uno sportello informativo sulle agevolazioni e le possibilità, per le gestanti, di assistenza sanitaria e legale, di informazione su contraccezione abortiva, procreazione assistita, sostegno post-aborto e metodi naturali, nel segno del Magistero della Chiesa.

È di Patrizia Lupo il primo sorriso che, fin dall’85, accoglie le donne che arrivano al Segretariato. «Il primo principio di cura – spiega – è quello di esserci. Le nostre mamme devono avere la certezza di non essere sole e che in qualsiasi momento possono contare su di noi, durante la settimana in sede o altrimenti per telefono». Arrivare al Segretariato, in via Belgio 32, al Villaggio Olimpico, è facile: proprio lì accanto c’è il capolinea del 217, che va alla stazione Termini. «Normalmente riceviamo per appuntamento – dice Patrizia indicando il cortile – ma spesso lì ci sono mamme in attesa: arrivano grazie alle nostre locandine, perché hanno letto di noi su internet, con il passaparola o mandate “da qualcuno dei nostri”».

Guardando la stanza dove opera il Segretariato, colma di giochi per bambini e tappezzata di fotografie, si potrebbe pensare che “i loro” non siano tanti. Ma non bisogna lasciarsi ingannare: il piccolo “pied-à-terre dello Spirito Santo” offerto da don Maurizio Modugno, attuale parroco di San Valentino, è solo un avamposto ma dietro c’è tutta una rete. Come quella formata dai sostenitori del “Progetto Gemma” del Movimento per la Vita: singoli, famiglie, gruppi di amici o di colleghi che hanno deciso di sostenere una mamma per 18 mesi con 160 euro mensili. Un progetto che, dal 1994 ad oggi, in Italia ha aiutato oltre 15mila donne.

Tra loro anche Salimah, arrivata dalla Nigeria, che quando rimase incinta viveva con il marito vendendo calzini per strada e aveva già avviato le pratiche per l’aborto. «Poi una domenica – ricorda – le operatrici del Segretariato vennero a offrirmi aiuto, io decisi di tenere il bambino e ora sono una mamma felice». Situazioni che riguardano ugualmente italiane e straniere: «Quando scoprii di essere incita – racconta Lucia – avevo 18 anni. In famiglia tutti mi consigliarono l’aborto. Rinunciai all’ultimo. Poi degli amici mi mandarono al Segretariato ed entrai nel Gemma. Oggi non potrei pensare la vita senza mio figlio». L’obiettivo: vincere i condizionamenti e dare speranza alla vita. Come per Jhuma e suo marito, dello Sri Lanka: «Quando rimasi incinta il nostro datore di lavoro, lo stesso per entrambi, ci disse che se non avessi interrotto la gravidanza ci avrebbe licenziati. Per fortuna il Segretariato ci aiutò e non cedemmo al ricatto e ora siamo una bella famiglia».

«La nostra – chiarisce Lupo – è una struttura che “fa famiglia” con le madri, con quale collaborano medici di base, ginecologi, strutture come il Policlinico Gemelli, case famiglia, operatori dei centri d’ascolto, assistenti sociali, movimenti, associazioni: il tema della difesa della vita fin dal concepimento è trasversale a tante realtà, per cui, se immaginiamo la città di notte e “i nostri” come piccole luci, le fiammelle accese oggi sono tante. Ugualmente, a tutti quelli che possono, chiediamo di contribuire ancora». Perché nessuna madre sia più sola nel buio.

13 giugno 2014