Settimio e Licia: aperti alla vita, radicati in Dio

Per gli sposi con 21 figli, di cui 10 viventi, e 55 nipoti, chiusa la fase diocesana della causa di beatificazione. Concluso il processo anche per padre Felice Cappello, “il confessore di Roma” di Giulia Rocchi

Padre Felice Maria Cappello e i coniugi Manelli: tre vite diverse, spese tra la fine dell’Ottocento e la gran parte del Novecento, accomunate dall’amore verso Dio e dalla vicinanza a san Pio da Pietrelcina. Nonché da una coincidenza: le inchieste diocesane per i loro processi di beatificazione e canonizzazione si sono chiuse durante la settimana appena trascorsa. Martedì quella di padre Cappello, meglio noto come «il confessore di Roma»; venerdì quelle di Settimio Manelli e Licia Gualandris, genitori di ventuno figli e terziari francescani.

Nato nel 1879 a Caviola, in provincia di Belluno, e scomparso nel 1962, padre Cappello fu gesuita e docente alla Pontificia Università Gregoriana, «dove presto si sarebbe rivelato un giurista di fama internazionale e autore di numerose opere, non poche delle quali sono considerate classiche». Lo ha ricordato monsignor Slawomir Oder, vicario giudiziale del Tribunale diocesano di Roma, che ha presieduto la sessione di chiusura ripercorrendo la vita del Servo di Dio. «Non è come canonista che padre Cappello era conosciuto principalmente – ha sottolineato – bensì come confessore», nella chiesa di Sant’Ignazio di Loyola. «Fu padre Pio da Pietrelcina – ha raccontato monsignor Oder -, intorno al 1950, a indicarlo ai pellegrini romani che erano andati a San Giovanni Rotondo a visitarlo e a dire: “Ma perché venite da me? Avete il padre Cappello!”. Alcuni giornali di Roma pubblicarono queste parole a grandi caratteri, e fu un accorrere di gente». Si creavano «lunghissime file davanti al suo confessionale, tanto che bisognava prendere letteralmente un numero per poter confessarsi con lui».

Anche i coniugi Manelli conobbero san Pio, che fu la loro guida spirituale per oltre quarant’anni. Per loro l’inchiesta diocesana si è chiusa venerdì, ma è stato necessario procedere con una «duplice indagine informativa – ha spiegato monsignor Oder – perché anche attraverso lo strumento giuridico occorreva manifestare che la vocazione universale alla santità viene vissuta in maniera strettamente personale, quale libera risposta all’azione di grazia portata avanti dallo Spirito Santo». Settimio Manelli nacque a Teramo nel 1886, nella domenica di Pasqua e fu professore, preside, poeta, scrittore, ufficiale dell’Aeronautica; Licia Gualandris a Nembro (Bergamo) nel 1907, e all’età di 19 anni sposò Settimio. Dal loro matrimonio nacquero ventuno figli, «diversi morti in tenerissima età – ha ricordato monsignor Oder -: attualmente i viventi sono dieci». Rievocando la storia dei due coniugi, il vicario giudiziale ha evidenziato il legame con san Pio, al quale i Manelli chiesero «la benedizione, la guida e l’assistenza continua». Il santo diceva di loro: «Questa è la mia famiglia, proteggerla e difenderla me lo sono assunto come dovere».

Entrambi furono devoti e dediti alla carità, ma «il più grande ed edificante capitolo» della loro vita, ha rimarcato monsignor Oder, «è stato quello della numerosa famiglia da essi voluta in obbedienza e amore alla volontà di Dio, vivendo da coniugi radicati nel Vangelo, sempre aperti alla vita». Licia ha avuto «21 maternità – ha sottolineato ancora – : difficile immaginare l’eroicità della sua vita di sacrifici e di preghiere, interamente spesa e consumata per i figli da lei curati e seguiti fino all’età di 96 anni e mezzo». I Manelli hanno avuto 55 nipoti e, attualmente, 80 pronipoti: della loro numerosa discendenza, gran parte affollava la sala al terzo piano del Palazzo Lateranense, venerdì mattina. Tanti anche i Francescani dell’Immacolata, famiglia religiosa fondata dal loro figlio Stefano, divenuto sacerdote francescano, e oggi costituita da due istituti religiosi con circa 400 frati e 400 suore. «La fama di santità dei Servi di Dio – ha concluso monsignor Oder – continua a diffondersi in diverse parti del mondo. Molti sono i fedeli che si recano sulla loro tomba a pregare per ottenere grazie e benedizioni. In modo particolare i genitori ammirano i loro esempi nel crescere ed educare una prole numerosa. Appare evidente che la beatificazione e canonizzazione di questi Servi di Dio contribuirebbe con forza a mettere in risalto l’importanza basilare della famiglia nella società disastrata di oggi, a salvezza dell’istituto familiare».

30 giugno 2014

Potrebbe piacerti anche