Siria, parla l’arcivescovo di Aleppo, «città martire»

La testimonianza nella veglia per la Siria, a un anno dal rapimento di padre Kayyal e padre Mahfouz: «Dirò alla mia gente che siamo nel cuore dei cristiani di Roma e questo sarà per loro consolazione fortissima» di E. Sto.

«Io vengo da una città martire, perché oggi ad Aleppo migliaia di uomini, donne e bambini sono martiri viventi: senza acqua né luce, senza riscaldamenti, medicine e cibo, vivono nel terrore e nell’angoscia; “Aleppo la dolce”, “Aleppo città dei sogni” hanno scritto i poeti, ma oggi il sogno è svanito». La testimonianza portata alla veglia di preghiera per la pace in Siria, domenica 9 febbraio a Santa Maria in Portico in Campitelli, da monsignor Boutros Marayati, arcivescovo armeno cattolico di Aleppo, è molto dura. «Un tempo – ha detto Marayati – Aleppo era una città ecumenica, di pace, di dialogo fra culture, oggi invece vi si compiono violenze e sacrilegi, si bruciano chiese, si uccidono i cristiani proprio dove per la prima volta i seguaci di Cristo vennero chiamati tali».

A un anno dal rapimento di padre Michel Kayyal e padre Maher Mahfouz, i membri delle comunità mediorientali di Roma si sono incontrati per pregare insieme, per chiedere che «i responsabili di questa nobile terra di Siria non cedano mai allo scoraggiamento, nel loro impegnativo compito di edificare la pace duratura, cui tutti i popoli anelano». La veglia, nello stile ecumenico di Taizé, è stata presieduta dal vescovo Matteo Zuppi, incaricato del Centro diocesano per la cooperazione missionaria tra le Chiese, organizzata dal Centro per la cooperazione missionaria tra le Chiese e dall’Ufficio per la pastorale delle migrazioni della diocesi di Roma, in collaborazione con l’associazione “Finestra per il Medio Oriente” e la comunità melchita di Roma.

«Il patriarca Gregorios III Laham vi ringrazia – ha detto l’archimandrita melchita Mtanios Haddad, rettore della basilica di Santa Maria in Cosmedin -, ed io con lui: il nostro appuntamento di questa sera deve essere guidato dalla fede, dobbiamo credere davvero nella pace perché questa si realizzi. Se pregare è chiedere la pioggia – ha proseguito -, come racconta la storia del sacerdote che riunì tutti i suoi fedeli affinché pregassero per porre fine a una grave siccità, credere è portare l’ombrello: dobbiamo essere sicuri che Dio ascolta le nostre preghiere e che la pace è possibile». Una pace urgente, «perché la sofferenza e la fame non aspettano», ha ricordato monsignor Zuppi, e che è l’unica possibilità per porre fine all’emorragia di cristiani che in questi ultimi mesi sono scappati dalla Siria, ovvero quasi il trentacinque percento del totale.

Nella preghiera sono stati ricordati anche il vescovo siro-ortodosso di Aleppo, Gregorios Youhanna Ibrahim e quello greco-ortodosso Boulos Yaziji, le suore di Maalula e padre Paolo Dall’Oglio, missionario gesuita romano. «Il ricordo dei rapiti ci aiuta a comprendere il dolore di tutti – ha sottolineato Zuppi – e la presenza, questa sera, delle Chiese mediorientali ci fa riflettere sulla necessità di pregare di più, di essere insistenti come la vedova del Vangelo, perché in realtà preghiamo ancora troppo poco. Pregare è ribellarsi alla violenza e rifiutare la logica del male – ha concluso Zuppi -, perciò chiediamo con fiducia al Signore che gli spiragli di pace che si stanno aprendo in questi giorni possano trovare presto dei frutti».

«Noi avremmo bisogno di tutto – ha detto l’arcivescovo di Aleppo al termine della celebrazione – ma purtroppo non c’è modo di fare arrivare quasi nulla, perché gli aiuti internazionali passano tutti attraverso il governo. Quello che invece voi potete darci è il vostro appoggio spirituale, perché, nonostante tutto, dobbiamo credere nella forza della preghiera: quando tornerò ad Aleppo dirò alla mia gente che sono nel cuore dei cristiani di Roma, e questo, ne sono sicuro, sarà per loro una consolazione fortissima».

10 febbraio 2014

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