Testimoni contro la pena di morte nella giornata per l’abolizione

“Cities for life” con la Comunità di Sant’Egidio. Il racconto di Derrick Jamison, condannato alla pena capitale e poi riconosciuto innocente, dopo vent’anni in cella. Monumenti illuminati in più di mille città del mondo di Nicolò Maria Iannello

Hanno il volto sereno, lo sguardo gentile. Parlano con tono commosso, ma gridano a voce alta il loro “no” alla pena di morte. Sono i parenti delle vittime di tragici episodi di violenza e gli ex condannati alle esecuzioni capitali che ieri, lunedì 29 novembre, hanno raccontato la loro testimonianza a un’assemblea di giovani e adulti nell’Auditorium della Pontificia Università Antonianum, in occasione di “Città per la vita. Città contro la pena di morte. No justice without life”, la giornata di mobilitazione contro la pena capitale organizzata dalla Comunità di Sant’Egidio.

Un pomeriggio di riflessioni e di umanità quello che Mario Marazziti, il portavoce della Comunità nata a Trastevere, insieme a Neri Marcorè e Stefania Orsola Garello hanno presentato alla cittadinanza per tenere desta l’attenzione su un problema che, nonostante i passi avanti, continua a persistere in troppi stati del mondo. E infatti se oggi sono 141 i Paesi che non praticano più la pena di morte, ancora 56 la mantengono. Ad applaudire alla notizia che recentemente anche la Mongolia, le Maldive e diverse nazioni africana hanno espresso il loro rifiuto a condannare i loro detenuti, sono i testimoni della giornata, oggi in prima linea nella lotta all’abolizione di tutte le esecuzioni.

Dopo la lettura di un brano su Caino e Abele, a raccontare la sua storia per prima è stata Marietta Lane. Una donna americana avanti negli anni, che spiega come ha trasformato in perdono il suo odio nei confronti dell’uomo che rapì e uccise la figlia Susy, di 7 anni. «All’inizio avrei voluto ucciderlo con le mie stesse mani, ma con il tempo ho lasciato che Dio forgiasse la mia volontà e lentamente ho scoperto che la vita del rapitore aveva lo stesso valore di quella di mia figlia». Un anno dopo la scomparsa della piccola, una telefonata dell’assassino: «La conversazione è durata a lungo e provavo compassione mentre lui confessava il delitto. Poi l’uomo è stato condannato, ma io ho pregato tanto per capire come Dio intenda la giustizia». E la sentenza, spiega la donna, «è diversa perché Gesù vuole la redenzione ed è venuto per curare, non per punire».

Tra un passo e l’altro di Dostoevskij, brevi intermezzi musicali e la lettura delle lettere che alcuni condannati hanno scritto ai loro amici della Comunità, arriva il momento della testimonianza di chi ha vissuto la realtà del braccio della morte: Derrick Jamison, in carcere per omicidio, ma dichiarato innocente dopo vent’anni passati in una cella dell’Ohio (di cui gli ultimi in una prigione sotterranea). «Le condizioni in quel posto sono tremende; ho perso molti amici lì dentro, e anche i miei genitori sono stati uccisi dalla mia condanna».

L’ultima testimonianza è di Ron Carlson, americano anche lui, che descrive così gli anni successivi al delitto di Deborah, sua sorella, per mano di Karla Faye Tucker: «Ero convinto che Karla meritasse di morire. Presto io stesso feci esperienza del perdono di Dio perché ero riscorso alla droga per soffocare il mio dolore. Così un giorno lasciai che Dio entrasse nella mia vita e decisi di perdonare Karla. Quando è stata eseguita la condanna ero l’unico testimone a farle compagnia. Eravamo diventati amici».

Dopo l’incontro la folla dell’Antonianum ha sfilato in marcia fino al Colosseo per assistere all’illuminazione dell’Anfiteatro Flavio. Come Roma, oltre mille città di tutto il mondo hanno illuminato un loro monumento-simbolo, per dare speranza a tutti i condannati e sostenere la battaglia all’abolizione della pena capitale.

30 novembre 2010

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