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Tunström, apprendistato di un Messia

“Chi dorme, non fa peccati”, dice l’adagio popolare, o anche: “Chi non fa, non sbaglia”, “Piede che non andò, non si ruppe né si slogò”. Anche la vita esemplare è stata troppo spesso identificata con una perfezione chimica, quasi che la priorità fosse non commettere grossi errori, a costo di non vivere. La pensava diversamente Göran Tunström (1937-2000), amatissimo romanziere svedese figlio di un pastore protestante innamorato della letteratura. Il piccolo Göran crebbe in un crogiuolo sognante di scritture e Scrittura, partorendo poi nel 1979 un romanzo solo oggi tradotto in italiano, Lettera dal deserto.

Definirlo un’autobiografia di Gesù sarebbe fuorviante: il Nazareno parla in prima persona, ma Tunström non pretese di riscrivere i Vangeli. Appaiono anzi personaggi storici di altre epoche, pomodori, tacchini e altri anacronismi che mettono bene in chiaro dove ci stiamo muovendo: nel piano poetico dell’immaginazione affettiva. Che non significa irrealtà, anzi. Talvolta in un delirio c’è più verità che in un’esistenza sterilizzata dai desideri. Dunque non un testo antagonistico o riduzionista, quanto una libera meditazione personale.

Ed eccoci dunque a Betlemme, Gerusalemme, nel monastero di Qumran, rive del Giordano, deserto di Giuda. Cos’ha di diverso questo bimbo dai suoi coetanei, se non un prorompente amore per l’esistenza? Sì, il piccolo Gesù ama la vita fino a sentirsi scoppiare di gioia; talvolta pare avvertire un collegamento con ogni essere umano; soprattutto vede la vita, la vede a fondo, la vede incominciare e concludersi. Apprende il peso dell’esistenza. Vede uomini e animali parimenti innocenti afflitti da ferite immeritate.

Gesù impara da tutti. Cosa? L’umanità: le sue vette e i suoi baratri. Capisce l’ossessione del suo cugino prematuramente adulto, Giovanni: il mondo attende qualcuno capace di cambiarlo. Capisce che ognuno cerca di farlo a proprio modo. Chi odiando, chi amando. Capisce che niente spaventa gli uomini più della libertà. Felicissime le pagine del confronto di Gesù con Jochanan, figlio di sacerdoti collaborazionisti… una giovane vita già deformata dalla paura, dall’esigenza di controllo assoluto, e allo stesso tempo dal terrore di «vivere senza esistere per nessuno, nemmeno per gli alberi o per le pietre».

Gesù vede. Capisce che confessare il proprio errore è la cosa più grande che un uomo possa fare. Gesù vede, conosce. Ama, uccide, accudisce un bambino. Diventa lo scriba di una nave di mercanti, serve il governatore Ciro. Succede davvero o è solo visione? Solo? Forse è sogno, eppure quanto reali le lezioni apprese. «Crescere significa vestirsi di qualcosa di cui non ci si potrà più spogliare». Il tempo esplode. Incontra Sabbatai Zevi, il negativo di Jochanan, un messia anarchico che consente il proibito e infine tradisce la propria missione. È un viaggio nel delirio senza garanzie di ritorno: il fallimento dei propri sogni. Si torna a Nazaret.

Le umilissime vite di Giuseppe, Maria e Giacomo – cui da bambino non ha lesinato impietosi giudizi – gli appaiono immense. Così superiori alla propria. Chi si prende cura di questi uomini, dei loro sogni, di tanto fragili esistenze? «Per quaranta giorni e quaranta notti ho lasciato che le possibilità della mia vita mi tentassero»: ora gli anni di pellegrinaggio sono finiti. La formazione, conclusa. Occorre metterli a frutto. Non sottrarsi più alla propria responsabilità. Accettare la propria ineludibile vocazione, fosse pure quella impensabile di Messia. Pastore dell’umanità.

La citazione:
«…compresi che li aveva scelti perché fossero i portavoce di dodici stati d’animo, in modo che lo accompagnassero il suo dubbio, la sua paura, la sua forza, la sua pazienza, e tutti insieme formavano un’immensa stella che si stendeva sopra al deserto. Quando camminavano, le loro suole scricchiolavano, ogni granello di sabbia esplodeva, si formavano cristalli che si innalzavano verso il cielo».

Göran Tunström, Lettera dal deserto, Iperborea 2012, pp. 235, € 16

25 settembre 2012