Un esame di coscienza con il dramma di Miller

Al Quirino, Morte di un commesso viaggiatore, ritratto di un “vinto” che addita ai figli il successo ad ogni costo di Toni Colotta

«Morte di un commesso viaggiatore» è uno dei drammi “sociali” più spinti di Arthur Miller, per quel ritratto spietato di un “vinto” nella lotta per emergere, che addita ai figli il successo ad ogni costo. Coronato da giusta fama, anche per l’ottima costruzione teatrale, tradotto in film altrettanto famosi, il testo del 1949 ha avuto in Italia numerose messe in scena a partire da quella mitica diretta da Luchino Visconti con Paolo Stoppa. È al Quirino fino al 27 l’edizione diretta da Marco Sciaccaluga con Eros Pagni protagonista eccellente. Così infissa nella memoria di generazioni di spettatori, rischia di apparire datata in quella meticolosa ambientazione del dopoguerra, ora che gli Usa non sono più gli stessi. Eppure, rivedendola adesso, si ha l’impressione che certi sentimenti e pulsioni appartengano anche alla nostra epoca. Sarà perché col tempo sulla scena si tende ad estrarre gli elementi simbolici ancora validi. Così fa Sciaccaluga. Willy Loman, il commesso viaggiatore, soccombe con i figli per il suo ottimismo rampante fondato su falsi valori, protetto dalla moglie-madre comprensiva e dolcissima. Suscita pietà ma costringe ad un esame di coscienza.

20 novembre 2005

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