“Un flauto magico”, Brook rilegge Mozart

All’Argentina, fino al 27 novembre, la rappresentazione che in Francia ha riscosso notevole successo meritando anche il premio Molière come migliore spettacolo teatrale di Toni Colotta

Di “Flauto magico”, nella memoria collettiva dei melomani, ce n’è uno solo, quello del divino Mozart. Ed è d’accordo uno dei maggiori registi creativi del nostro tempo, Peter Brook. Così innamorato del capolavoro mozartiano da averne ricavato un “trattamento”, un concentrato, per così dire, della poesia drammatica insita nell’invenzione del sommo salisburghese, titolato “Un flauto magico”. Libero adattamento insomma cui Brook si è amorevolmente dedicato insieme a Franck Krawczyk e a Marie-Hélène Estienne, e che si rappresenta all’Argentina fino al 27.

La loro operazione suonerà un po’ blasfema ai melomani summenzionati ma si tratta di altro rispetto all’originale, che però non ne tradisce i valori intrinseci. Umilmente inserendo nel titolo quell’articolo “un” per distanziarsi dal singspiele che conosciamo. Peter Brook si è sempre considerato, rispetto ai testi che affrontava, un “distillatore”, nel senso di volere estrarne l’essenza senza alterarla, anzi esaltandola con un’arte registica asciutta, libera dagli orpelli degli artifici spettacolari, e tuttavia intensa nei contenuti.

Così è stato in Shakespeare ma anche nella iperbolica impresa del “Mahabharata”, il poema indiano. Un lunghissimo percorso di avventure espressive delle quali, nella stessa linea dell’operazione mozartiana, si può citare il lavoro su “Carmen” di Bizet, coronato da grande successo. Del “Flauto” gli stessi adattatori dicono che «è lontano da ciò che uno si aspetterebbe; il solito carico di effetti scernici, il simbolismo non farà parte del viaggio, al loro posto il pubblico potrà trovare un Mozart eternamente giovane, circondato da interpreti freschi e di talento, pronti a improvvisare, a plasmare, trasformare il testo musicale con forme e colori nuovi».

La struttura drammaturgica pensata da Brook è al solito semplice: uno sfondo nero, una scenografia essenziale, un pianoforte che fa le veci dell’orchestra, interpreti attori-cantanti che non intendono emulare le grandi voci di allestimenti integrali famosi (e chi lo potrebbe?) ma si mantengono corretti nei rispettivi personaggi. Privi in questa «rilettura» dell’alone di mistero e simboli di ascendenza massonica, ridimensionati nelle loro vicende di amori travagliati e vincenti, e di ingenua comicità. Anche chi, spettatore, si sentisse orbato dell’aurea magia mozartiana non può negare a questo derivato una buona dose di intelligenza e fantasia. In Francia lo hanno molto ammirato: gli è stato conferito il Premio Molière come migliore spettacolo teatrale.

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