Un grande Lavia ripropone Pirandello

Nella pièce in scena all’Argentina l’attore-regista dilata la «lettera» del testo, scritto nel 1920, ricorrendo alla novella di 14 anni prima da cui è tratto ed «esaspera i toni della rappresentazione» di Toni Colotta

Uno spettacolo teatrale d’eccezione è come un gioiello prezioso, da non smontare con l’ultima replica ma da rimirare nella sua unicità. Magari per scoprirne pregi sfuggiti alla prima esperienza di spettatori, o per conquistare altro pubblico. Se poi lo spettacolo è prodotto da un’istituzione stabile a gestione pubblica, conservare la messinscena e riproporla diventa doveroso. E il Teatro di Roma opportunamente ha rimesso in programmazione all’Argentina “Tutto per bene” di Pirandello, diretto e interpretato da Gabriele Lavia, che, dopo il debutto nella passata stagione, ha riscosso grande successo nella tournée nazionale di ottobre-dicembre scorsi.

Un anno fa Lavia, da poco insediatosi nella carica di responsabile artistico dello Stabile romano, allestì questo testo pirandelliano ritenuto generalmente «minore» rispetto ai capolavori consacrati del drammaturgo agrigentino. Anche se figurava nel repertorio di grandi attori protagonisti come Ruggeri, Ricci, Randone, Valli, Bosetti, Mauri e altri. E Lavia, dopo la sua interpretazione, si inserisce di diritto fra cotanti campioni. L’eccezionalità di cui parlavamo è nell’operazione da lui compiuta per costruire la propria regia, e quindi la recitazione. Si direbbe che volesse puntualizzare ciò che molti anni fa asseriva Odoardo Bertani proprio su queste pagine: essere il teatro di Pirandello adatto alle sperimentazioni di un attore, e insieme «consentire sofisticate letture registiche, radicali interventi resecatorii, come in un quadro cubista».

L’illustre critico ne deduceva però che “Tutto per bene” non si prestasse a tanto. E invece Lavia risolutamente dimostra il contrario, e lo spettacolo ne guadagna. Il nodo drammaturgico sembra materia da mélo. Martino Lori, il personaggio centrale, da 19 anni vive da vedovo nella venerazione della moglie, all’ombra di un amico senatore e a contatto di colei che egli crede il frutto dell’amore con la consorte defunta. All’improvviso, complice la penombra (in una delle maggiori scene-madri di tutto il teatro) scopre la vera paternità della fanciulla e l’adulterio retroattivo della moglie adorata.

Ciò che consegue dalla svolta è la rivelazione dell’irreparabile, il ribaltamento di una vita, la degradazione dei valori su cui Martino la viveva. «Una pagliacciata», grida. La valanga che lo travolge si arresta solo sull’accettazione ironica di quel «tutto per bene» che è nel titolo. L’intervento registico di Gabriele Lavia dilata la «lettera» del testo, scritto nel 1920, ricorrendo alla novella di 14 anni prima da cui è tratto; ed esaspera i toni della rappresentazione, ritagliandosi per sé sulla scena un Martino Lori di contenuta disperazione dopo la tempesta rivelatrice.

21 gennaio 2013

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