Venticinque martiri uccisi nel 2010

Il ricordo dei missionari morti per la fede durante la veglia nella basilica di San Lorenzo. La testimonianza di un sacerdote cinese che ha trascorso otto anni in carcere di Daniele Piccini

Il nome dei venticinque martiri uccisi nel 2010 risuona nella navata di San Lorenzo al Verano. Dopo averlo pronunciato, ogni volontario si dirige verso l’abside e posa una candela su una croce di legno. Da una di quelle candele, poi, il vescovo Armando Brambilla ne accende un’altra: la fiamma passa di candela in candela e in pochi minuti tutti i presenti custodiscono una luce tra le mani. L’assemblea comprende subito il gesto con cui è appena cominciata la veglia di preghiera in ricordo dei martiri missionari, domenica 27 marzo. Cristo muore ancora, ogni giorno, nel corpo di chi viene martirizzato nel suo nome, ma l’amore riscatta la violenza trasformandola in una luce che illumina il cammino dei cristiani.

Luce da luce, vita da vita. «Gesù – spiega il presule, delegato alla Pastorale sanitaria ed incaricato per la Cooperazione missionaria tra le Chiese per il Vicariato di Roma – ci ricorda che noi siamo i tralci e Lui è la vite: noi facciamo parte di Lui che ci chiama attraverso il battesimo. Questa sua chiamata è la nostra missione: testimoniare con la vita, con la preghiera e con la fraternità, l’amore scambievole degli amici. Ma Cristo ci avverte che “se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi”». Nelle tragiche cronache dei martìri dei cristiani nel mondo, si avvera la profezia di Gesù. «Gli integralisti – prosegue monsignor Brambilla, commentando il capitolo 15 del Vangelo di Giovanni – hanno individuato nei cristiani il nemico da abbattere, accusandoli ingiustamente di aver suscitato conversioni forzate». Ma la candela accesa è anche simbolo di risveglio. «Condannare non basta – conclude il presule – serve una presa di coscienza e di responsabilità per sensibilizzare le istituzioni internazionali affinché cessino questi abusi e vengano rispettati i diritti fondamentali dell’uomo, tra cui la libertà religiosa».

Per chi vive in un paese dove la libertà di culto è garantita dall’articolo 19 della Costituzione, è difficile capire la gravità delle parole del vescovo. Gli arriva in soccorso la testimonianza di don Pietro, sacerdote cinese di 45 anni. «Ho conosciuto il mio parroco nei bagni della mia scuola – spiega don Pietro – perché il governo gli aveva intimato di pulirli. Per anni ho pensato che fare il prete volesse dire pulire latrine e spalare sterco». Nonostante queste prime impressioni, anche don Pietro diventa prete e puntuale arriva il carcere. La memoria di don Pietro si immerge nell’orrore: «Ogni nuovo prigioniero veniva picchiato dai più “anziani”. Il cibo era insufficiente. Sulla verdura c’erano larve di insetti. Nelle stanze di pochi metri vivevano otto uomini. La puzza era insopportabile. Dopo essermi offerto interamente al Signore, cominciai a cercare occasioni per parlare di Gesù ai compagni di cella. Se non mi avesse sostenuto la fede non sarei uscito vivo dal carcere. Invece posso dire di aver trascorso felicemente otto anni di “ritiro spirituale”».

Nessuno può contare le vittime delle persecuzioni cinesi. «Molti sacerdoti e fedeli – conclude don Pietro – hanno pagato con il prezzo della vita la difesa della propria fede. Non si sa quanti vescovi, sacerdoti, suore e fedeli laici sono morti per la fede. Nessuno finora ha potuto fare resoconti dettagliati. Ma, come dice Tertulliano, “il sangue dei martiri è seme di nuovi cristiani”». Ora tutte le candele nelle mani dei fedeli, accese dalla fiamma della Croce, brillano di luce nuova: semi fecondi di vita cristiana.

29 marzo 2011

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