Verdone: «Sorrentino ci ha ricordato che Roma può essere ancora grande e bella»

Conferita la cittadinanza onoraria al regista de “La grande bellezza”. Il sindaco Ignazio Marino: «È un monumento cinematografico al magnetismo della nostra città» di Mariaelena Finessi

«La verità è noiosa». Paolo Sorrentino cita Camus, e lo fa nel discorso con il quale ringrazia l’amministrazione capitolina per averlo omaggiato, il 14 marzo, con la cittadinanza onoraria di Roma a ragione della visibilità data all’urbe grazie al film da Oscar “La Grande bellezza”. «E probabilmente lo scrittore francese aveva ragione – continua il regista -. L’importante, comunque, è non rinunciare mai, come fa il mio piccolo eroe Jep Gambardella, a questi attimi di felicità commoventi e stupefacenti che Roma sa regalare in controluce». Al regista, che il sindaco Ignazio Marino chiama più volte «maestro» nel corso della cerimonia tenutasi nell’aula Giulio Cesare del Campidoglio, non manca l’ironia: «Ieri sera, tormentato dall’ansia, ho commesso il grave errore di farmi mandare la lista delle persone che hanno ricevuto la cittadinanza romana. Si comincia con Alessandro Manzoni, si passa a Giuseppe Verdi, Guglielmo Marconi, Roosevelt, Pertini, Rita Levi Montalcini, Napolitano. Allora mi è venuto in mente il titolo di un libro che non ho letto, “Che ci faccio qui?” di Bruce Chatwin».

Sottile, Sorrentino incalza e dimostra di saper andare oltre le polemiche nate per una onorificenza non da tutti digerita: «Mi ritrovo qui a ringraziare i consiglieri comunali che hanno dissentito davanti alla proposta di conferirmi la cittadinanza. Nessuno meglio di me può comprenderli perché anche io al loro posto avrei fatto la stessa scelta». Poi spiega il suo stupore: «”Che ci faccio” qui è quella condizione di intontimento con la quale fanno i conti quotidianamente tutti quelli che, come me, per lavoro o per diletto maneggiano la fantasia. “Che ci faccio qui” è la perenne condizione di musicisti, danzatori, pittori, attori e registi dal momento in cui hanno ostinatamente deciso di porsi lateralmente rispetto alla vita vera per accarezzare l’insensata speranza di compiere un passo avanti rispetto alla realtà».

Nel conferire al regista napoletano i simboli della città – la pergamena e la statua bronzea che riproduce la lupa capitolina -, Marino motiva l’iniziativa: «”La Grande bellezza” è un monumento cinematografico al magnetismo della nostra città, lo splendido e metaforico scenario dei sentimenti umani, della solitudine, dello smarrimento dell’uomo moderno». Quindi la formula di rito: «Oggi Roma ti annovera tra i suoi più nobili figli». Ad accompagnare Sorrentino, anche uno degli interpreti del film, Carlo Verdone che, emozionato, legge il testo scritto apposta per l’amico e collega. «Perché Sorrentino cittadino romano? – esordisce Verdone -. Perché il suo affresco ci ha ricordato che Roma è in grado di sopravvivere al degrado».

L’attore risponde a coloro che hanno letto nella pellicola il racconto di una Roma «serva delle feste, della cafoneria, dell’ignoranza e del cattivo gusto». «Mi permetto di dire – puntualizza Verdone – che questa interpretazione è limitata e miope. Al contrario, credo che Sorrentino abbia affondato lo sguardo nello spirito inesauribile di una città in cui non esistono solo scritte sui muri, buche sulle strade, parcheggi abusivi, traffico congestionato, rifiuti lasciati per strada. Sorrentino ci mostra il potenziale maestoso che questa città conserva: la Roma dei giardini secolari e delle corti silenziose, delle fontane inesauste, dei crepuscoli di fuoco e delle aurore di porcellana». Più che della decadenza di una città, il film parla invece «della decomposizione di una società e di una idea della vita». E ciononostante Sorrentino «ci ha ricordato che Roma è in grado di essere ancora grande e bella, di dimostrarsi superiore rispetto a una società che spesso la abita senza essere capace di amarla e proteggerla o curarla». Perché un fatto è certo: «Roma – conclude Verdone – ha bisogno di persone che la amino davvero, e sono queste persone che possono considerarsi suoi cittadini. Che siano nate a Roma o no».

17 marzo 2014

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