Violenza in rete: smarrito il vero senso della libertà

Internet, gli attacchi recenti ai down e la sentenza di condanna per tre dirigenti di Google: il bisogno di “regole”, tra virtuale e reale di Francesco Indelicato

Si fa un gran parlare in questi giorni sui media di due vicende di violenza nei riguardi di persone affette da sindrome di Down. La prima riguarda la creazione e successiva soppressione su Facebook di un gruppo, costituito da oltre 1700 iscritti, dal nome a dir poco provocatorio: “Giochiamo al tiro al bersaglio con i bambini Down”. La seconda si riferisce alla condanna di tre dirigenti di Google per non aver impedito nel 2006 la pubblicazione di un video che mostrava un ragazzo Down insultato e picchiato da quattro studenti di un istituto tecnico di Torino.

Se ne parla ed è giusto e doveroso che sia così, perché la violenza non può essere sottaciuta, qualsiasi essa sia, ma va denunciata con fermezza e debellata. Ma più passano i giorni e più l’argomento del contendere si sta spostando dall’aggressione verso quei ragazzi al tema della libertà di espressione su Internet. Perché sulla rete il principio fondamentale della libertà è illimitato, sembra di capire da quanto afferma il portavoce italiano di Google. Come se ci fossero due mondi paralleli: uno reale in cui, di fatto, quando la giustizia funziona, i responsabili di crimini scontano la giusta pena; l’altro, virtuale, dove, a motivo della tanto esaltata libertà assoluta, non esistono responsabilità di alcun tipo.

Nella Costituzione italiana le norme sulla libertà sono inserite nella parte relativa ai diritti e ai doveri dei cittadini. E già questa impostazione dovrebbe far riflettere sul fatto che la libertà in genere non è solo un diritto, ma in quanto dovere sottostà a regole riguardanti il rispetto della persona che potrebbe subire le conseguenze della libertà altrui. In due parole, nel nostro Paese la mia libertà termina dove comincia la libertà dell’altro.

Nel mondo reale, infatti, accade che, quando ad esempio un quotidiano calunnia una persona, a pagarne le spese non sia soltanto l’autore dell’articolo ma anche il direttore di quel giornale. Nell’universo virtuale invece, in assenza di regole, l’editore di un sito internazionale può lasciar pubblicare di tutto senza temere, almeno fino alla settimana scorsa, di incorrerere in alcuna sanzione, amministrativa o penale.

Ora ci domandiamo però che fine abbiano fatto i bambini Down in questa faccenda. Della loro libertà non vogliamo discutere? Loro che, dopo esser stati vittime del maltrattamento fisico e verbale, adesso stanno subendo anche la violenza di una strumentalizzazione che magari si concluderà con il solito nulla di fatto.

Virtuale o reale, la nostra società sta forse perdendo il vero senso della libertà, che non potrà mai essere svincolata del tutto dai condizionamenti degli altri. La vera libertà, infatti, si vive non quando ci liberiamo dell’altro ma solo nel momento in cui ci mettiamo a suo completo servizio; quando, come scrive san Paolo, consideriamo l’altro come superiore a noi stessi; quando ci impegniamo ad amare come Dio ci ha amati. La libertà di amare è l’unica a non avere limiti. Se vivessimo secondo questa mentalità, al di là delle norme internazionali, episodi del genere avverrebbero raramente e non al contrario sempre più frequentemente come sta accadendo di mese in mese. E magari a tutela della persona ci sarebbero già quelle stesse norme che oggi, dopo anni di navigazione su Internet, ancora viaggiano in alto mare.

25 febbraio 2010

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