Winspeare: il mio film sull’Italia che funziona

La pellicola su un anno scolastico nell’asilo multiculturale del Celio, novità apprezzata all’ultimo Festival Film di Roma. Frutto del lavoro del regista salentino, di origini austriache di Massimo Angeli

È stata la sorpresa dell’ultimo Festival del Film di Roma, “Sotto il Celio Azzurro” , un film documentario che racconta l’esperimento di integrazione portato avanti in un piccolo asilo del centro storico di Roma. Un asilo frequentato da 45 bambini di oltre 30 nazionalità, dove i maestri insegnano “a non avere paura dell’altro”. Il film narra la vita quotidiana di Celio Azzurro e “la storia profonda di uomini e donne, di madri e di padri, che cercano dentro la propria infanzia, l’ispirazione e la ragione della propria missione di educatori”. Regista salentino di origini austriache, Edoardo Winspeare ha raccolto in fotogrammi che commuovono e divertono, il lavoro di un intero anno scolastico, anno in cui ha condiviso il lavoro dei maestri e la vita delle famiglie.

Winspeare, ci può spiegare com’è nata l’idea di un film sul Celio Azzurro?
L’idea è nata in una maniera molto semplice. Il mio direttore della fotografia, Paolo Carnera, me ne aveva parlato perché aveva un figlio che lo frequentava. Nei nostri progetti c’era già l’idea di raccontare l’Italia, dal Friuli alla Sicilia, che faceva bene il proprio lavoro. Quell’Italia lontano da cinismo e volgarità, fatta di uomini e donne di ogni provenienza sociale, cattolici o atei, di destra o di sinistra, che mandano avanti il Paese. All’inizio, insomma, non volevamo raccontare solo questo, ma poi abbiamo scoperto che l’esperienza di Celio Azzurro era più che sufficiente per un film.

Il suo desiderio era solo quello di testimoniare delle belle esperienze o cos’altro?
Volevamo raccontare ai giovani che l’Italia non è fatta solo di personaggi come Ricucci o Corona, ma, come scrive Borges, anche di “tante persone, di cui si ignora l’esistenza, ma che stanno salvando il mondo”. Chi sta dentro forse non se ne accorge, ma da fuori si capisce subito che quell’asilo è un posto incredibile. Abbiamo pensato che se una persona avesse potuto vedere il lavoro di quei maestri, magari avrebbe fatto lo stesso nel proprio ambito di lavoro. Volevamo comunicare un’etica del lavoro, un modus operandi da replicare in altri posti.

Mi può parlare, allora, del metodo di lavoro che ha visto mettere in pratica al Celio Azzurro?
I maestri lavorano molto sui sensi e sulla fantasia. I bambini stanno poco nei banchi e molto all’aperto. Gli educatori vogliono che facciano delle esperienze, che risolvano da soli i loro conflitti, che abbiano delle curiosità verso l’altro. I genitori sono molto coinvolti nel percorso educativo, i padri raccontano le loro storie, si cucina a turno, si fanno dei viaggi insieme. In questa maniera i bambini imparano a superare i piccoli ghetti che tutti abbiamo nella testa. L’asilo non è un parcheggio, come tante volte succede, ma una seconda famiglia.

Perché i flashback sulla vita dei maestri?
Una delle idee di questi maestri è di raccontare ai bambini che anche loro lo sono stati. A 3 anni non ci credono, e per spiegare questo siamo andati regredendo nella vita dei maestri fino ad arrivare a quando erano in fasce. Mi mette molta tenerezza pensare che tutti sono stati bambini, anche Hitler o Churchill, D’Alema o Berlusconi. La cosa mi intenerisce, rende tutto più buono, avvicina le persone. E in quest’asilo si spinge veramente a conoscere l’altro, non solo lo straniero, ma anche il bambino che magari viene da un altro quartiere.

Come pensa che sarà accolto il suo lavoro in quest’Italia sempre più chiusa a riccio?
La cosa non mi interessa molto. Abbiamo fatto questo documentario proprio perché l’Italia rischia di diventare cinica. E’ facile prendere voti sulla paura. Si dice che le nostre città siano pericolose, ma io, che ho vissuto a Parigi e New York, posso dire di averne viste di peggiori. Bisogna trovare l’anima buona della gente, del Paese, e raccontarla. L’Italia non deve avere paura, perché è facile passare dalla paura all’aggressività.
Come definirebbe il Celio azzurro, un’isola felice, un esperimento obbligato o l’ennesima contraddizione di questo Paese, dove le scuole cadono a pezzi e gli immigrati rischiano di essere ricacciati in mare?
Un’isola felice che può essere replicata, magari per farci diventare una “penisola felice”. Il Celio Azzurro è un’isola felice perché lì sono per davvero felici, malgrado tutte le difficoltà che vivono, come il rischio di dover chiudere ogni anno l’asilo.

Personalmente cosa si porta a casa da quest’esperienza?
Forse basterebbe dire che nel frattempo ho avuto un figlio, perché la cosa è sintomatica. Mi porto a casa una maggiore fiducia nel futuro, la convinzione che facendo bene il proprio lavoro le cose possono cambiare, che pietra dopo pietra, come diciamo nel Salento, i muri vengono su.

11 maggio 2010

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