Mente razzi e bombe tornano a far sentire la loro voce nella Striscia di Gaza, dalle rispettive frontiere del conflitto israelo-palestinese si innalza la preghiera per la pace, che unisce in queste ore le piccole comunità cattoliche sotto attacco di Beersheva e di Gaza. Dalla città israeliana di Beersheva, già colpita dai razzi lanciati da Gaza lo scorso 17 ottobre, i circa 120 fedeli della parrocchia di sant’Abramo – tra loro israeliani e arabi israeliani – levano la loro preghiera «per la pace e per i più deboli», racconta il parroco don Piotr Zelazko. Attraverso gruppi di WhatsApp, aggiunge, «ogni giorno ci scambiamo inviti alla prudenza e informazioni utili ma soprattutto preghiamo per la pace e per i più deboli. In questo conflitto i più deboli sono i due popoli. Non è una questione che si risolve con le armi – osserva -. La forza bellica di Israele è evidente. Ma qui ci sono persone che soffrono da ambo le parti. Ci sono madri palestinesi e israeliane che piangono con i loro figli». E aggiunge: «La sofferenza accomuna israeliani e palestinesi. Le lacrime non conoscono nazionalità. La Chiesa non guarda alle bandiere ma a chi soffre e prega per tutte queste persone. Ma preghiamo soprattutto per chi ha in mano le sorti di questa guerra e può decidere di farla finire senza altro spargimento di sangue».

Anche i circa 140 fedeli della comunità cattolica di Gaza sono raccolti in preghiera in queste ore. «Oggi a Gaza le scuole sono chiuse. La decisione delle autorità della Striscia è giunta dopo l’intensificarsi dei bombardamenti israeliani», dichiarano fonti della Chiesa locale che preferiscono restare anonime. «Siamo costretti in casa. È sconsigliato uscire. Non possiamo andare in chiesa per partecipare alla Messa. Non possiamo fare altro che pregare per la pace. Un’altra guerra sarebbe un colpo mortale per tutta la popolazione gazawa. Siamo uniti nella preghiera da una parte e dall’altra per chiedere la fine della violenza e una pace giusta e sostenibile».

13 novembre 2018