Benedettine del Santissimo Sacramento, tra preghiera e lavoro

Il monastero a Battistini. Madre Maria Ester: «Mai come in questo tempo c’è bisogno della clausura. Siamo un orecchio in ascolto del dolore del mondo»

Ricami corrosi dal tempo, stoffe logorate. E mani sapienti che, con attenzione e pazienza, riportano a nuova vita i paramenti sacri. Questo è il laboratorio delle monache Benedettine del Santissimo Sacramento. Lì, ciò che il tempo ha danneggiato ritorna in vita, un po’ come la loro missione. «Portiamo davanti al Santissimo i dolori del mondo», dice la priora Maria Ester Stucchi con una voce squillante ed energica.

«Dalle 4 del mattino alle 21 c’è sempre una monaca in adorazione per dire che tutto ci è presente avanti alla Sua presenza», spiega la Madre. «Noi ci siamo e siamo contente di stare davanti a Dio per tutti, questo è il senso della nostra vita. Che poi “tutti” non lo sappiano non importa, ma siamo convinte che stare davanti a Lui sia efficace per la sua bontà e gli ricordiamo di prendersi cura di questa umanità così sofferente. Mai come in questo tempo c’è bisogno della clausura. Spesso i sacerdoti, missionari, corrono e sono presi da mille attività. È importante essere un supplemento di preghiera che aiuta anche loro. Ci sono piedi che corrono, ma ci vuole un cuore che pompa».

Il monastero si trova in via suor Celestina Donati, vicino al capolinea Battistini della metro A, sono lì dagli anni Cinquanta. Dieci monache, la più giovane ha settanta anni, la più anziana novanta. Provengono da varie località del Lazio e principalmente dalla Puglia, «c’era un sacerdote di Barletta, un apostolo vocazionale che ha mandato molte persone». Il monastero è accogliente, pieno di luce, lì arriva un’umanità malata di individualismo e solitudine. «Si pensa solo al proprio bene. Da questo nasce la solitudine, perché se non ti apri agli altri rimani solo», osserva suor Maria Ester. «L’individualismo è indifferenza, freddezza, menefreghismo, non impegno ma intolleranza. I problemi degli altri sono una grana, non un grido che ci interroga».

È curabile? «Tutto è curabile», dice con un sorriso la priora. E come? «Immergersi nel Vangelo, nella preghiera, cura. Quando ti immergi nella lettura della Parola di Dio, cambi. A volte vedi gente che va in chiesa, ma non legge il Vangelo, non prega e per preghiera intendo passare del tempo davanti a Dio e ascoltare quel che il Signore ci dice». Malattie che quasi colpiscono di più i credenti e chi va in chiesa. «Talvolta alle persone che vanno in chiesa dico: ma come puoi fare questo ragionamento? Ci si convince che la fede sia un dato acquisito, non un cammino. La fede è fatica, impegno di ogni giorno. Se pensiamo che basti la fede e non ci mettiamo in cammino possiamo diventare cattivi, anche violenti. Spesso si trova più tolleranza e chiusura nei credenti», spiega la Madre.

In tanti bussano alla porta del convento. «I poveri che chiedono un panino e chi sta vivendo un momento difficile». Al centro i conflitti familiari e la mancanza di lavoro. «Le persone senza lavoro si sentono svilite nella loro dignità, ferite perché non riescono a mantenere la famiglia. Non hanno più speranza», sottolinea la priora. Poi ci sono le crisi matrimoniali. «Si vede cadere il sogno più grande, la famiglia, la coppia». Molti bussano per essere ascoltati.

«Oggi abbiamo tutti un po’ fretta e spesso non sappiamo ascoltare. Noi siamo un orecchio in ascolto del dolore che portiamo davanti a Dio». Perché tante separazioni? «Sono dovute all’incapacità di sacrificarsi per l’altro. Si mette al centro se stessi. Amare vuol dire essere felici per la gioia dell’altro, anche se devo pagare un po’ io. Forse è un passo che si fa con immaturità, talvolta è un abbaglio. L’amore è, come la vocazione, un sì nella gioia, nell’entusiasmo, ma anche la fedeltà di ogni giorno. La bellezza dell’amore è esserci l’uno per l’altro. Troppo spesso si vive solo sull’onda dell’emozione e del sentimento», spiega suor Maria Ester. Si sgretolano principalmente famiglie nate da quattro o cinque anni, anche se non mancano quelle con molti anni di matrimonio alle spalle.

«È importante il ruolo delle parrocchie per sostenere le coppie e aiutarle a superare la crisi. Queste persone non vanno lasciate sole». Le ferite e le tentazioni dell’umanità sono tante. «Satana lavora sempre, giorno e notte. Non si riposa mai. È instancabile, pronto a toglierci dalla grazia di Dio, ma la preghiera è uno scudo invincibile. Poi dipende dallo spazio che diamo a Satana, lui non attacca la nostra libertà, quella è nostra, decidiamo noi. La preghiera, i sacramenti e la carità aiutano ad essere forti, dice suor Maria Ester.

Come è nata la sua vocazione? «Non pensavo proprio al monastero.  Lavoravo in un’agenzia di viaggi. Poi delle amiche mi proposero di andare e, dopo vari “no”, alla fine sono partita con loro. Era un monastero sul Lago Maggiore. Io sono bergamasca. La scintilla è nata dal vedere che attraverso l’adorazione potevo girare tutto il mondo, essere presente con la preghiera ovunque. Avevo 29 anni».

1 marzo 2019