Boscia (Medici cattolici): «Dat fallimento del rapporto medico-paziente»

Incontro sulle Disposizioni anticipate di trattamento alla parrocchia di Santa Giovanna Antida Thouret. Cesare Mirabelli: «La 219 non nasce in un deserto normativo. Duplice vizio di forma»

È entrata in vigore lo scorso 31 gennaio la legge 219 relativa al consenso informato e alle dichiarazioni di volontà anticipate nei trattamenti sanitari (Dat). Su questa legge controversa che ha tenuto vivo il dibattito sociale e politico negli ultimi mesi, sabato pomeriggio 3 febbraio, alla vigilia della 40ma Giornata per la vita, la parrocchia di Santa Giovanna Antida Thouret ha organizzato un incontro «per offrire un supplemento di chiarezza come ha chiesto anche il Papa» – ha spiegato don Alessandro Palla, parroco della comunità alle porte dell’Eur.

A suggerire spunti di riflessione, il presidente dell’Associazione medici cattolici Filippo Maria Boscia e Cesare Mirabelli, presidente emerito della Corte Costituzionale. Entrambi, in maniera affatto provocatoria, hanno voluto dimostrare che questa legge non era necessaria. Amara la constatazione di Boscia: «le Dat sono il fallimento del rapporto medico-paziente»: laddove si senta abbandonato e non adeguatamente accompagnato, «il malato sperimenta paura e angoscia che possono indurlo a interrogarsi sul senso di continuare o meno la propria vita».

Riconoscendo la legge 219 necessaria
solo «laddove a predominare sia una concezione aziendalistica piuttosto che ospedaliera nel senso etimologico di “ospitalità”», Boscia ha mostrato da un lato l’obiettivo dell’efficienza, proprio di «una medicina spersonalizzata», dall’altro la dimensione dell’empatia «nella quale il medico stesso diviene farmaco per l’ammalato». In quest’ottica andrebbe realizzato il consenso informato: «nell’alleanza terapeutica tra medico e paziente, costruita grazie a un rapporto di fiducia». Per questo Boscia ha evidenziato l’importanza del medico di base che «conosce la biografia del malato» e «dovrebbe essere il suo tutore e l’interfaccia con i medici specialisti».

Da parte sua, Mirabelli ha chiosato che «c’erano almeno due riferimenti importanti cui attenersi rispetto a questa materia, oltre a tre articoli della Costituzione italiana sulla libertà e la tutela della salute», facendo riferimento alla Convenzione sui diritti umani e la biomedicina di Oviedo e al Codice di deontologia medica. «La 219 non nasce in un deserto normativo, tutt’altro».

Il giurista ha evidenziato le criticità della norma parlando di «un corto circuito interno» causato da un duplice vizio di forma, logico e lessicale. Nel distinguere il consenso informato dalle disposizioni anticipate di trattamento, Mirabelli ha illustrato come il primo sia la condizione necessaria per la stesura consapevole delle seconde: «il cosiddetto testamento biologico, però, riguarda per definizione ciò che si vuole venga fatto “dopo”, mentre il consenso informato» ha a che fare con un’adeguata raccolta di informazioni «che si attengono allo stato attuale» sia riguardo lo stato di salute del paziente, sia rispetto eventuali scoperte scientifiche non prevedibili oggi. Ancora, sia la Convenzione di Oviedo che il Codice di deontologia medica parlano di “desideri” laddove la legge 219 usa “disposizioni” «volendo conferire carattere testamentario a quelle che dovrebbero essere, invece, indicazioni di orientamento».

 

5 febbraio 2018