Sconfitti, nella giornata di ieri, 27 marzo, tutti gli 8 «voti indicativi» con i quali il parlamento di Westminster ha tentato di togliere il controllo del Brexit al governo per esprimere una propria volontà. Da un secondo referendum a un’unione doganale a un “no deal”, fino un’uscita senza accordo dalla Ue: i deputati hanno detto no. Con uno scartodi parecchi voti in tutte le opzioni. In concreto, è il segno che nella camera legislativa non esiste una volontà chiara sul corso da seguire per la pratica Brexit.

Pochi minuti prima gli stessi deputati hanno anche approvato, con 441 voti contro 105, lo spostamento della data del Brexit dal 29 marzo al 12 aprile se l’accordo di recesso concordato dalla premier Theresa May con la Ue non venisse approvato dal parlamento, oppure al 22 maggio se la maggioranza dei deputati dicesse sì al trattato. Due importanti leader del movimento euroscettico, Boris Johnson e Jacob Rees Mogg, hanno deciso di sostenere il trattato concordato da Theresa May con Bruxelles dando qualche speranza alla premier. Quello spiraglio si è chiuso subito quando il Dup, il partito nordirlandese dai voti del quale il primo ministro dipende per la maggioranza in parlamento, ha dichiarato che non potrà votare a favore dell’accordo. Causa sempre quel “backstop”, la rete di protezione che manterrebbe il nord Irlanda dentro l’Unione europea nel caso di un mancato accordo.

Al momento dunque non si vede una via d’uscita dall’enigma Brexit ma i deputati torneranno a votare sulle otto possibilità lunedì prossimo, 1° aprile. Nel frattempo, resta in primo piano la decisione della premier Theresa May di rassegnare le dimissioni prima della seconda fase dei negoziati, purché, ha spiegato ieri, il parlamento approvi l’accordo da lei sottoscritto con l’Unione europea.

28 marzo 2019