Cei e Mediterraneo: «Errore pensare che i conflitti in Libia o Siria non ci riguardano»

Il presidente Bassetti, aprendo l’incontro dedicato all’appuntamento di febbraio a Bari, fa il punto sulla realtà del MAre Nostrum, crocevia di popoli e culture

«Oggi parlare della Siria, del Libano o della Turchia, non significa far riferimento solo al Medio Oriente ma significa parlare anche dell’Europa e dell’Africa. In altre parole, significa parlare del mondo intero, scegliendo come angolo prospettico il Mediterraneo». Lo ha affermato il cardinale presidente della Cei Gualtiero Bassetti, aprendo a Campobasso l’incontro preparatorio su “Il Mediterraneo, frontiera di pace”. Mediterraneo che ha definito «un crocevia straordinario di popoli e culture da sempre rischiarato dalla luce di Cristo», auspicando che «anche oggi, mentre si torna a parlare con angoscia di terza guerra mondiale, questa luce illumini i cuori dei popoli mediterranei».

Nelle parole di Bassetti, il riferimento all’attenzione «drammatica» dell’opinione pubblica verso questa area geografica. «È sufficiente far riferimento alle cronache di questi giorni che investono Paesi come la Siria o la Libia, oppure a fenomeni come i migranti del mare, per cogliere immediatamente la centralità sociale e politica di questa regione. Eppure – ha continuato – questo incontro ha le sue radici spirituali e teologiche in una storia ben più antica che precede e anticipa i fatti recenti e, in un certo senso, li racchiude tutti all’interno di una visione profetica che ha attraversato tutto il XX secolo». Il Mediterraneo infatti «è stato un luogo di incontro, di comunicazione e non solo un confine». In questo senso, il presidente della Cei ha ricordato Giorgio La Pira e la sua «visione profetica» del Mare Nostrum: una «visione di incontro tra le tre religioni di Abramo ma anche e soprattutto una visione di pace», quando nella vecchia Europa si affermano, «sempre più», parole di inimicizia, «nel Nord Africa e nel Medio Oriente continuano a svilupparsi guerre intestine, morti innocenti e nuove schiavitù, mentre in Europa cresce il rancore sociale e monta la paura verso il forestiero e il diverso».

Sta qui, per il cardinale, «l’origine spirituale e culturale dell’incontro di Bari: una profezia che viene da lontano e che si colloca nella grande stagione preparatoria del Concilio Vaticano II e che di quel Concilio, oggi, ne raccoglie uno dei frutti più importanti: il metodo sinodale. Un metodo che si fa prassi concreta riuscendo a riunire i vescovi del Mediterraneo e a farli confrontare sui grandi problemi della regione». Non è più possibile, è la tesi di Bassetti, «sostenere che i conflitti in Libia o in Siria non ci riguardano. Si tratta di un errore clamoroso e dalle conseguenze potenzialmente catastrofiche». Il Mediterraneo, ha detto, «rappresenta la culla di una civiltà in cui il cristianesimo è senza dubbio tra i soci fondatori. Per questo motivo, come Chiese del Mediterraneo abbiamo il dovere morale di impegnarci per promuovere luoghi di incontro e di pace facendoci promotori del dialogo religioso e culturale».

C’è anzitutto lo «squilibrio economico» che «moltiplica le diseguaglianze e alimenta divisioni e odi sociali» al centro dell’analisi del presidente Cei, che ha fatto notare come, dopo i recenti fatti di sangue in Iraq, si è diffusa nell’opinione pubblica «la paura di una nuova guerra mondiale». I 500 milioni di persone che popolano il Mediterraneo, ha osservato, rappresentano il 17% della popolazione mondiale e producono circa il 10% del Prodotto interno lordo mondiale. Eppure «le disuguaglianze economiche che esistono tra le due sponde del Mediterraneo sono enormi. Non dobbiamo certo imboccare la strada del rivendicazionismo sociale – ha proseguito Bassetti – ma occorre ricordare quello che ammoniva tanti anni fa Paolo VI: “Lo sviluppo è il nuovo nome della pace”. Uno sviluppo che però non potrà mai essere armonico ed equo se continuano a sopravvivere visioni particolaristiche ed egoistiche».

La seconda crisi del Mediterraneo, per Bassetti, è dovuta invece a «un’atavica frammentazione politica e all’assenza di una visione unitaria della regione. Una divisione e una lacuna che producono una mancanza di stabilità nella sponda sud del Mediterraneo e di conseguenza anche una mancanza di stabilità nella sponda nord. Un’instabilità che si riverbera in una conflittualità latente ed esplicita e quindi nell’assenza di pace». Ancora, «la crisi del Mediterraneo è la crisi dei migranti che si consuma nel silenzio assordante delle acque del mare». Anche se diminuiscono le morti in mare, «il rischio delle traversate rimane altissimo. Nel 2019 i migranti arrivati in Europa via mare sono stati più di 110mila e per il sesto anno consecutivo la cifra supera quota centomila. I migranti morti ufficialmente, ma il conteggio rischia di essere ben più alto, sono 1.283».

Questa crisi migratoria diventa poi «una crisi dei diritti umani». E il pensiero del porporato va ai campi e alle prigioni, in Libia, ai campi profughi di Turchia, alle isole greche come Lesbo. «Anche per questo – ha aggiunto – la situazione migratoria non può essere letta solo alla luce della mancanza di sviluppo e della instabilità ma deve essere inserita, invece, in un processo epocale che va governato con carità e responsabilità. Un processo alla cui base si colloca la difesa dell’incalpestabile dignità della persona umana. Come cristiani – è la conclusione – non possiamo tacere quando una vita, foss’anche una sola vita, viene uccisa o rischia di essere cancellata». Come cristiani che abitano con fiducia i cammini ecumenici «siamo chiamati a contribuire a costruire l’unità nelle differenze e ad essere un vaccino contro ogni tentazione di scontro di civiltà o di utilizzo ideologico dell’identità religiosa per dividere o alzare muri».

10 gennaio 2020