Colm Tóibín e il ritmo di “Long Island”
Nel romanzo pubblicato da Einaudi (traduzione di Giovanna Granato), una brillante confezione stilistica che “nasconde” una spietata volontà dissacrante verso la convenzione familiare
Colm Tóibín (1955), irlandese, uno dei più importanti scrittori contemporanei, osserva gli esseri umani come potrebbe fare un entomologo concentrato sul vetrino del microscopio mentre cerca di decifrare il battito d’ala di un insetto: cosa ci spinge gli uni verso gli altri? Da quali istinti veniamo mossi? E perché spesso, nonostante la nostra buona volontà, non riusciamo ad evitare equivoci e incomprensioni? Nella raccolta di liriche, Vinegar Hill (Internopoesia), ce n’è una in cui l’autore ricorda che da ragazzo venne inseguito da quattro poliziotti in borghese, i quali, dopo averlo acciuffato, gli chiesero: «Perché sei scappato quando ci hai visto?» E lui rispose: «Come potevo sapere eravate agenti?».
Ben più articolata appare la trama di Long Island (Einaudi, traduzione di Giovanna Granato), un congegno romanzesco di rara fattura, ma tutto sommato non meno esilarante e denso di risonanza simbolica. La protagonista, Eilis Lacey, è una vecchia conoscenza dei lettori di Tóibín, essendo stata al centro di una precedente opera, Brooklyn (2019). Emigrata a New York, la ritroviamo sposata con un italiano, Tony Fiorello, madre di Larry e Rossella, impegnata a destreggiarsi in una comunità familiare allargata di fratelli, sorelle, zie, cugini, tutti diretti e manovrati dall’ingombrante suocera Francesca.
Nel momento in cui apprende di essere stata tradita dal marito, che vorrebbe tenersi il figlio avuto con un’altra, non esita a tornare in Irlanda, con la scusa di andare a festeggiare il compleanno della madre, dove in cuor suo spera piuttosto di vendicarsi riallacciando i rapporti con Jim, antica fiamma giovanile e causa prima della sua partenza verso l’America. Le cose però non andranno come previsto, dal momento che l’amica di un tempo, Nancy, si sta fidanzando proprio con il vecchio spasimante di Eilis. La quale si troverà stretta in una morsa implacabile, proprio come una farfalla imprigionata nel miele.
Lo scrittore dimostra di saper utilizzare gli strumenti narrativi tradizionali, tanto bistrattati dalla cosiddetta letteratura post-moderna, come meglio non si potrebbe: i dialoghi hanno un ritmo incandescente, le descrizioni degli ambienti sono stupende nella mirata e speculare contrapposizione fra Vecchio e Nuovo Continente, la gestione del ritardo tematico è quasi virtuosistica. Del resto, Tóibín in certe sue superbe ricostruzioni biografiche (Henry James in The master, 2004, Thomas Mann in Il mago, 2021) ha dimostrato di conoscere assai bene i fondamenti dell’arte romanzesca moderna, al punto tale da rendere lecita l’ipotesi che anche in Long Island, dietro alla brillante confezione stilistica, al limite del vaudeville, agisca una spietata volontà dissacrante nei confronti della convenzione familiare che rischia di soffocare l’umanità delle persone, oltre la quale il lettore, prima ancora dei personaggi, percepisce la dimensione del vuoto.
7 maggio 2025

