Compassione, tenerezza e dedizione: parole chiave del servizio a poveri e malati

Al Laterano la serata di apertura dell'anno pastorale con gli operatori della carità. De Donatis: missione che esige il «dono della propria vita». Il ricordo degli "ultimi" di Roma. Le testimonianze

Storie di rinascita, di speranza in un futuro migliore, di amore e di fede maturata nelle corsie di un hospice. Storie di vita vissute che hanno aperto ieri sera, giovedì 19 settembre, il terzo dei quattro incontri per l’inizio dell’anno pastorale, rivolto agli operatori a servizio degli ammalati e dei poveri. Una missione che oltre «alla cura, alla competenza, alla responsabilità esige la compassione, la tenerezza e la dedizione come dono della propria vita», ha affermato il cardinale vicario Angelo De Donatis in una gremita basilica di San Giovanni in Laterano. Tra i banchi, cappellani, religiosi, volontari di Caritas, Sant’Egidio, Centro Astalli, della famiglia scalabriniana e di tanti altri movimenti e associazioni.

Nella preghiera iniziale sono stati ricordati “gli ultimi” di Roma, ossia i 7mila che vivono in strada, i 13mila che vivono in rifugi di fortuna o in palazzi occupati, gli anziani soli, le vittime della droga, della prostituzione, del gioco d’azzardo, le famiglie indigenti. Molteplici situazioni di povertà per affrontare le quali le comunità devono essere «educate ad ascoltare con il cuore»: solo così si potrà intraprendere «un viaggio tra gli uomini», ha detto il cardinale citando don Andrea Santoro. Di qui l’invito a offrire «un supplemento di misericordia» mettendosi accanto ai poveri e a operare una “trasformazione” anche nei centri di ascolto parrocchiali, che non sono «uffici di collocamento ma centri di accoglienza della persona per rivelarle che la sua vita è custodita dalla comunità».

Soffermandosi sui malati, De Donatis ha ricordato che l’ufficio per la Pastorale della salute ha proposto di istituire la Giornata mensile del malato. La data della celebrazione è fissata all’11, giorno in cui le realtà ecclesiali sono invitate a pregare e a visitare gli ammalati del quartiere. Le equipe pastorali, ha proseguito, hanno invece il compito di creare un ponte tra la parrocchia e le case di cura o gli ospizi della propria zona. Quindi ha chiesto ai parroci e ai cappellani di ogni prefettura di avviare forme di collaborazione a favore dei sofferenti.

La serata è stata aperta da quattro testimonianze su diverse forme di povertà che sono poi state oggetto dei lavori di gruppo degli operatori. Floriana ha raccontato di aver assistito per mesi i genitori ricoverati nell’hospice Villa Speranza che ha definito «una palestra d’amore», un luogo dove ha avuto la possibilità «di toccare la presenza di Dio». Mario, volontario del servizio “barbonismo domestico” della Caritas diocesana, ha parlato della storia di rinascita di Aurelio, il quale sentendosi amato «ha ripreso fiducia in se stesso fino a rendersi utile per altre persone in difficoltà». Ancora, Jafar, 16 anni palestinese siriano di Damasco, era accompagnato dalla madre Rasha che nel 2013 ha perso la vista durante un bombardamento. Insieme agli altri due fratelli più piccoli è arrivato in Italia nel 2016 grazie al progetto dei Corridoi umanitari della Comunità di Sant’Egidio. Infine Pierangelo è stato la voce di Marek, ospite dell’ostello della Caritas dove i volontari si prodigano per aiutarlo ad uscire dalla dipendenza dell’alcol.

 

 

 

 

 

20 settembre 2019