Comportamenti autolesivi, quei disagi senza via d’uscita

Protagonisti soprattutto adolescenti. Una forma distorta di relazione con gli altri. L’isolamento e l’incapacità di esprimere le proprie emozioni

Nella pratica clinica capita spesso di venire in contatto con un disturbo del comportamento sommerso ma diffusissimo, specie tra i giovanissimi: il comportamento autolesivo. Colpisce soprattutto adolescenti ed in prevalenza le ragazze. Dato che l’ingresso nell’adolescenza è sempre più precoce, anche l’età in cui il disturbo tende a comparire si sta abbassando. La definizione più utilizzata per descrivere l’autolesionismo è quella di «azioni intenzionali, ripetute, a bassa letalità, che alterano o danneggiano il tessuto corporeo senza alcun intento suicida cosciente». Per lungo tempo l’argomento è stato escluso dal dibattito pubblico e non se ne trova traccia neanche nella cronaca nera così come avviene per altre psicopatologie. Si è iniziato a parlarne negli Stati Uniti e, ad oggi, se ne discute anche in Italia, pur se non sui grandi mezzi di comunicazione di massa.

Il comportamento autolesivo stenta ad uscire dalle mura domestiche; in genere i ragazzi si feriscono di nascosto, solo alcuni ostentano le cicatrici come trofei. Nella maggior parte dei casi occultano i segni delle ferite, vivendo un rapporto intimo con il proprio comportamento; spesso i ragazzi, nella difficoltà, non decidono di confidarsi con i familiari o chiedere aiuto ad un professore. Sono molti gli adolescenti che riversano le proprie difficoltà ed angosce autolesive sulla rete; sembra che siano numerosi i siti, i blog e le chat dedicati all’argomento. Più raramente, avviene che i familiari siano a conoscenza del disagio ma è talmente forte la vergogna ed il senso del fallimento che si riscontra la tendenza a nasconderlo all’esterno. Ciò comporta un ritardo nell’intervento dello specialista, con i rischi che ne conseguono.

autolesionismo, comportamenti autolesivi, giovani adolescentiQuattro i tipi di comportamento autolesivo, differenti non solo per le modalità con cui viene provocato il danno, ma anche per le motivazioni che ne stanno alla base e per le associazioni con altre patologie psichiatriche. Nell’autoavvelenamento rientrano comportamenti che vanno dall’overdose di farmaci all’ingestione di sostanze tossiche, fino all’iniettarsi sostanze pericolose; disturbo vicino al comportamento suicidario. Nell’automutilazione si è in presenza di un disturbo psichiatrico conclamato; si verifica per lo più nei casi di schizofrenia grave in cui non vi è consapevolezza del proprio corpo e manca la coscienza della malattia. Nell’autodanneggiamento rientrano le cosiddette condotte a rischio, quali i comportamenti che indirettamente hanno effetti dannosi per la salute: gioco d’azzardo patologico, guida spericolata, abuso di stupefacenti ed alcool.

Ma il comportamento più frequente è l’autoferimento, che non è caratterizzato dall’assunzione di sostanze, ma dal procurarsi tagli e bruciature. La modalità più comune è quella dell’utilizzo di utensili domestici per procurarsi tagli sulle braccia, sulle gambe e, più raramente, sull’addome. A volte, nella ricerca delle cause, il disturbo si presenta a seguito di una perdita affettiva importante; un abbandono che può essere reale o solo il frutto di una percezione distorta. Solitudine, sensazione di vuoto, senso di colpa ed impotenza sono spesso collegati a tale disturbo. Subito dopo essersi tagliate, queste persone possono provare un sollievo momentaneo, che dura fino a quando un’altra sensazione negativa farà scattare nuovamente il meccanismo.

autolesionismo, comportamenti autolesivi, braccia coperteÈ come se fosse una dipendenza. Alcuni vivono una sensazione di estraneità dal proprio corpo, percependo il dolore ed il sangue che esce come un modo per sentirsi vivi; hanno bisogno di provare sofferenza per affermare la propria esistenza e, per altri ancora, è una valvola di sfogo, una via attraverso cui espellere tutte le sensazioni negative. L’autoferimento può essere impulsivo, compulsivo o stereotipico: nel primo caso vi è l’intermittenza dell’evento; nel secondo, invece, certi comportamenti sono ripetuti e possono presentarsi anche più volte al giorno e il pensiero di ferirsi può diventare una ossessione, più forte nei momenti di stress; il terzo è riscontrabile nei casi di grave ritardo mentale o di autismo e può avvenire anche in pubblico.

Un’altra caratteristica comune è l’isolamento. L’autolesionismo è spesso associato al disturbo borderline di personalità. Chi ne soffre trascorre gran parte della vita in uno stato di confusione e i rapporti che riesce ad instaurare sono destinati a fallire o diventano emotivamente distruttivi. Alcuni studiosi hanno trovato una associazione frequente con i disturbi dell’alimentazione, in particolare la bulimia.

Sembra che l’autolesionista sperimenti tanta difficoltà nel riconoscere ed esprimere le proprie emozioni; sente il bisogno di chiedere aiuto per un disagio che sta vivendo, ma non trova una via efficace per comunicarlo. È una forma distorta di relazione con gli altri: vuole richiamare l’attenzione, ma non ci riesce e, spesso, si sente ignorato. A volte sono presenti anche sentimenti di ostilità verso se stessi, così come le sensazioni di rabbia o di vuoto interiore. In questi casi è fondamentale intervenire con un percorso psicoterapeutico sul ragazzo o in generale sulla persona, sensibilizzare il contesto familiare e organizzare campagne di informazione sul disturbo, tanto da renderlo identificabile per tempo e limitare i danni fisici, ma soprattutto emotivi, dei nostri giovani. (Lucia Calabrese, psicoterapeuta e sessuologa clinica)

8 novembre 2019