Covid: ai cappellani la gratitudine dei malati

Un anno fa esplodeva il virus. Le esperienze e le testimonianze di quattro sacerdoti impegnati negli ospedali, tra ascolto e accoglienza di un «mistero»

Un anno segnato dalla pandemia: era il 21 febbraio 2020 quando fu segnalato il primo caso di Covid-19 a Codogno, in Lombardia. Un anno di morti (finora oltre 95mila in Italia, più di 5.600 nel Lazio), di sofferenze, di ferite difficili da rimarginare. Un anno di impegno e di presenza della Chiesa accanto agli ammalati, con tutte le modalità che le circostanze hanno consentito. In prima linea i cappellani ospedalieri, che dell’anno vissuto a contatto con il Covid-19 e i contagiati dal virus ricordano soprattutto la gratitudine e la riconoscenza. Don Gerardo Rodriguez Hernandez, cappellano all’ospedale Lazzaro Spallanzani, pensa ai «tanti messaggi ricevuti dai pazienti che, una volta tornati a casa, ci hanno tenuto e ci tengono a dirmi il loro grazie per esserci stato». In quello che è stato il primo “Covid Hospital” italiano «tutto è cambiato», afferma il sacerdote. «Dalla varietà dei reparti si è passati alla cura di un’unica patologia, altamente vincolante e restrittiva per l’ingresso nei reparti per noi cappellani, così come per il personale sanitario», dice ancora Rodriguez Hernandez, manifestando in particolare «un iniziale senso di inutilità e di impotenza rispetto alla mia presenza se confrontata con il lavoro senza sosta di infermieri e medici ma anche del personale delle pulizie, data la necessità continua di igienizzare gli ambienti».

Ecco allora il mettersi a disposizione non solo dei malati, «che indipendentemente
dalla loro fede gradiscono sempre una nostra visita e un nostro saluto», ma «anche delle loro famiglie, facendo in qualche modo da ponte – continua il sacerdote -: spesso i parenti dei ricoverati chiamano noi cappellani per venire rassicurati o per avere informazioni in più sui propri cari». La conseguenza peggiore di questo virus, «al di là della sofferenza fisica e della paura che genera – dice ancora il cappellano ospedaliero che da tre anni opera allo Spallanzani -, è il necessario isolamento con il mondo esterno e la solitudine che questo genera, come se si trattasse di una lebbra nuova».

Del senso di distacco «generato anche solo dalle protezioni da indossare per entrare in reparto», parla anche padre Umberto D’Angelo, cappellano ospedaliero in servizio all’ospedale San Giovanni-Addolorata. «Io che amo molto far sentire la vicinanza anche con il contatto fisico – spiega il religioso -, in quest’ultimo anno ho dovuto imparare a usare bene gli occhi, a fare attenzione all’espressione che do al mio volto corrugando o meno la fronte o sollevando le sopracciglia, dando inoltre ancora più peso e valore alle mie parole e ascoltando i malati più di quanto non facessi prima della pandemia». Circa il rapporto con i pazienti, D’Angelo parla di «una grande gamma di possibilità di incontri e di colori emotivi: dalla disperazione profonda al sorriso più sereno di chi ha meno paura, specie in questa seconda ondata, dopo l’estate, forse perché psicologicamente eravamo tutti più preparati ad affrontare questa situazione rispetto ai primi mesi».

Di come la pastorale sanitaria sia cambiata necessariamente in questo ultimo anno di pandemia racconta pure don Slawomir Skwierzynski, cappellano all’ospedale intitolato a Madre Giuseppina Vannini. «Ci siamo inventati anche modalità originali – racconta -, ad esempio distribuiamo la Comunione dalle finestre, accedendo dalla scala anti-incendio». Il sacerdote di origine polacca, che è stato in prima persona contagiato dal Covid-19, parla di questa malattia come di «un mistero, perché ho visto persone anziane sconfiggerla e invece dei giovani venire intubati in terapia intensiva» ma «il mio compito non è capire, quanto stare vicino ai malati – aggiunge -, facendo mia l’intenzione di preghiera secondo la quale io possa essere segno della tenerezza e della misericordia di Dio».

Si è ammalato di coronavirus anche padre Loreto Fioravanti, francescano, superiore della cappellania ospedaliera del Policlinico universitario Agostino Gemelli. «Ho sperimentato sulla mia pelle quanto sia lunga e faticosa la riabilitazione da questo virus, del quale siamo tutti stanchi – dice -, ma guardiamo con fiducia e speranza al vaccino ». Il religioso riferisce di come «l’affetto delle persone e il lavorare in équipe con altri 5 frati mi ha aiutato », riconoscendo l’importanza di «garantire ai malati vicinanza e consolazione».

22 febbraio 2021