Da Acs un appello per la dignità della donna in Pakistan

Il sostegno di Giulia Bongiorno, Maria Luisa Di Pietro, Assunta Morresi e Sandra Sarti. «La storia di Asia Bibi è solo la punta dell’ideberg»

Il sostegno di Giulia Bongiorno, Maria Luisa Di Pietro, Assunta Morresi e Sandra Sarti. «La storia di Asia Bibi è solo la punta dell’ideberg»

Porta la firma di quattro donne italiane l’appello a sostegno delle iniziative di Aiuto alla Chiesa che soffre per la dignità delle donne in Pakistan. Si tratta di Giulia Bongiorno, avvocato impegnata contro le violenze e gli abusi ai danni delle donne attraverso la Fondazione Doppia Difesa; Maria Luisa Di Pietro, direttore del Center for Global Health Research and Studies all’Università Cattolica del Sacro Cuore; Assuntina Morresi, presidente del corso di studio magistrale in biotecnologie molecolari e industriali all’Università di Perugia ed editorialista di Avvenire; Sandra Sarti, prefetto e vice capo di gabinetto del ministero dell’Interno.

«In Pakistan – viene ricordato nell’appello – le norme cosiddette anti-blasfemia contenute nel codice penale limitano gravemente le libertà religiosa e di espressione: dei circa 8mila condannati a morte detenuti nelle carceri pakistane più di mille sono imprigionati per presunta blasfemia». Tra loro anche Asia Bibi, il cui caso ha avuto risonanza mondiale. Madre di cinque figli, Asia è stata arrestata nel 2009 per aver offerto acqua ad alcune donne musulmane che lavoravano con fatica nei campi. «La colpa da lei commessa – riferiscono da Acs – è stata quella, in quanto cristiana, e quindi ritenuta “impura”, di aver
“osato” rivolgersi a donne fedeli dell’Islam: per questo il suo gesto è stato qualificato come blasfemo».

Ma «la storia di Asia – evidenziano le quattro donne – è solo la punta dell’iceberg». Tra le più insidiose forme di violenza infatti ci sono i matrimoni imopsti alle ragazze: cristiane, induiste ma anche di altre fedi. Come è accaduto a Nabila Bibi a Pattoki, in Punjab: era il 2015 quando, all’età di 22 anni, è stata rapita da quattro uomini armati, costretta a convertirsi all’Islam e obbligata a sposare un musulmano. Quando il padre di Nabila si è recato presso la stazione di polizia per registrare la denuncia gli agenti si sono rifiutati di procedere: gli aggressori avevano detto loro che la giovane aveva deciso volontariamente di abbracciare l’Islam e di contrarre matrimonio con un musulmano. «È uno dei tanti esempi che si potrebbero fare», si legge nel testo.

Di qui la scelta delle firmatarie dell’appello di sostenere «con convinzione» le iniziative assunte dalla fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che soffre. In particolare, il riferimento è ai due progetti “Formare giovani ostetriche” nel distretto di Faisalabad, per prendersi cura delle donne che subiscono violenze o sono costrette ai matrimoni forzati, e “Aiutare le donne povere” a Lahore, per sostenere ragazze in difficoltà psicologica e finanziaria. «Rappresentano un impegno concreto per la dignità delle donne. In Pakistan, in Italia e altrove».

11 gennaio 2017