Da “Nomadland” un inno alla vita

Il film di Chloé Zhao, Leone d’oro a Venezia, ripercorre le orme di quei cantori del cinema sociale segnato non dalla rabbia del riscatto ma dalla messa a nudo della propria umanità

La mattina dell’ultimo giorno di proiezione, la Mostra del Cinema di Venezia, nel settembre scorso, ha giocato la carta più forte, ed è risultata quella vincente. È stato proiettato Nomadland, un film targato Stati Uniti, diretto da Chloé Zhao, regista di origini cinesi ma esempio di un cinema cosmopolita dagli orizzonti ampi. Chloé Zhao nasce a Pechino il 31 marzo 1982, compie la sua formazione in Inghilterra, gira alcuni documentari prima di firmare il suo film d’esordio, Song my brother taught me (2015), e il secondo nel 2017, The Rider- Il sogno di un cowboy, con cui la giovane regista affronta il tema iconico e centrale nella mitologia americana del mandriano costretto a rinunciare a rodei e competizioni in seguito a un grave incidente.

La scelta fa da punto di contatto con il titolo successivo: l’incontro con gli spazi aperti delle grandi periferie, con la vita che brulica nei territori spesso deserti e abbandonati. Muovendosi a partire dal romanzo omonimo di Jessica Bruder, Zhao racconta la storia di Fern, una sessantenne vedova che ha perso casa e lavoro dopo la crisi finanziaria del nuovo millennio. Di fibra forte e di carattere roccioso, Fern con un furgoncino adibito a casa si sposta lungo la provincia americana in cerca di lavoro, di una nuova ripartenza. Nel viaggio on the road che è costretta ad affrontare, accetta i lavori più disparati, dall’impiego temporaneo nella grande catena di Amazon alle pulizie nelle piazzole di sosta dei campeggiatori.

Fern diventa ben presto il simbolo dei dimenticati della scala sociale, gli ultimi che nessuno ricorda, che non fanno numero. Nel suo sguardo si riflette tutto l’accorato dolore di chi si sente solo senza arrendersi alla solitudine. Nel comporre questo quadro sconsolato ma non rassegnato, la protagonista ripercorre le orme di quei cantori del cinema sociale segnato non dalla rabbia del riscatto (come in Europa succede per Loach o i fratelli Dardenne) ma piuttosto dalla gentilezza del tocco, dalla messa a nudo della propria natura e umanità (sulla scia del grande esempio di Clint Eastwood, nella differenza tra individuo e collettivo).

Centrale nel dare solidità e robustezza al personaggio è la presenza nel ruolo di Fern di Frances McDormand, una delle attrici più solide del panorama americano, qui in grado di arricchire il volto della donna con una serie minima di potenti sfumature espressive. Alla 77ª mostra di Venezia, il film ha vinto il Leone d’oro e Mc Dormand una meritata Coppa Volpi. Nella stessa occasione la giuria del Premio cattolico internazionale Signis ha assegnato una menzione speciale al film perché «coglie la dignità e la solidarietà che si respira tra questi nomadi della società post-industriale» e «si rivela un potente inno alla vita». E ora il film, in uscita sulla piattaforma Star di Disney+, punta dritto verso gli Oscar del prossimo 25 aprile.

19 aprile 2021