Dal Giappone l’appello del Papa alla «pace disarmata»

L’incontro con le vittime del triplice disastro. La resilienza dei missionari. Le sfide da raccogliere per vincere bullismo, solitudine, isolamento e indifferenza

Hiroshima, Nagasaki, Tokyo. Tre città, un unico grande appello a favore della pace e del disarmo. Incontrando il piccolo gregge giapponese, dove i cattolici sono lo 0,42% della popolazione, il Papa ha fatto della seconda tappa del suo 32° viaggio apostolico, cominciato con i tre giorni in Thailandia, un appello insistente a ripudiare l’uso delle armi nucleari per non compromettere una volta per sempre il futuro del pianeta.

Incontrando a Tokyo le vittime del triplice disastro del 2011, oltre al terremoto e allo tsunami Bergoglio ha ricordato l’incidente nucleare di Daiichi a Fukushima e le sue conseguenze, esprimendo ancora una volta la sua «preoccupazione per il prolungarsi dell’uso dell’energia nucleare». Incontrando a Tokyo le autorità, ha lanciato quindi un nuovo appello per la pace e il disarmo: «Mai più, nella storia dell’umanità, si ripeta la distruzione operata dalle bombe atomiche a Hiroshima e Nagasaki».

Il riferimento alla tragedia dell’atomica è stato l’incipit anche della Messa celebrata nello stadio del baseball a Nagasaki, culla del cristianesimo giapponese sfigurata dalla bomba sganciata dal bombardiere Enola Gay il 9 agosto del 1945, ma nello tesso tempo illuminata dall’esempio di resilienza fino al martirio di San Paolo Miki – il primo religioso cattolico giapponese, presente in quasi tutti i discorsi del Papa – e dei tanti «cristiani nascosti» che per due secoli e mezzo hanno tenacemente resistito alle persecuzioni.

«Facciamo un momento di silenzio e lasciamo che la nostra prima parola sia pregare per le oltre diciottomila persone che hanno perso la vita, per le loro famiglie e per coloro che sono ancora dispersi». È cominciato con questo invito il discorso alla Bellesalle Hanzomon di Tokyo, dove ha incontrato le vittime del “triplice disastro”, il sisma di magnitudo 9 che generò poi il successivo tsunami e l’incidente alla centrale nucleare di Fukushima nel marzo 2011. «Guerre, rifugiati, alimentazione, disparità economiche e sfide ambientali» sono problemi che «non possono essere visti e trattati separatamente», ha ribadito il Papa sulla scorta della Laudato sì. «Uno dei mali che più ci colpiscono sta nella cultura dell’indifferenza», la tesi del Papa, che anche nel suo discorso di commiato da Giappone, alla Sophia University, l’università cattolica fondata dai Gesuiti nel 1013, ha esortato a costruire un ateneo inclusivo, capace di  «camminare con i poveri e gli emarginati del nostro mondo».

«Dobbiamo unirci tutti contro questa cultura del bullismo e imparare a dire: basta!». È l’appello ai giovani, incontrati nella cattedrale di Tokyo: «È un’epidemia per la quale la migliore medicina la potete trovare voi stessi». Molti oggi «vivono come “zombi”», il cui cuore «ha smesso di battere a causa dell’incapacità di celebrare la vita con gli altri», l’esempio scelto dal Papa. «Quanta gente nel mondo è materialmente ricca ma vive come schiava di una solitudine senza eguali! La solitudine e la sensazione di non essere amati è la povertà più terribile», come amava ripetere Madre Teresa.

«Non è così importante concentrarsi e domandarsi perché vivo, ma per chi vivo», il suggerimento ai giovani: «Le cose sono importanti, ma le persone sono indispensabili; senza di esse ci disumanizziamo, perdiamo il volto, il nome e diventiamo un oggetto in più, forse il migliore di tutti, ma sempre un oggetto. Per crescere, per scoprire la nostra identità, bontà e bellezza interiore, non possiamo guardaci allo specchio», il monito di Francesco: «Hanno inventato tante cose, ma grazie a Dio non ci sono ancora i selfie dell’anima. Per essere felici, dobbiamo chiedere aiuto agli altri, che la foto la faccia un altro, cioè uscire da noi stessi e andare verso gli altri, specialmente i più bisognosi». Come i migranti e i rifugiati. (M. Michela Nicolais)

26 novembre 2019